Vae Victis: vincere è importante. Saper perdere ancora di più.

Vae Victis — Dopo la sconfitta referendaria, Meloni reagisce con rancore e capri espiatori invece di assumersi responsabilità. Un'analisi degli errori commessi, con la lezione di Berlusconi, Le Bon e Baricco su leadership, folle e resilienza.

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

La sconfitta e le doti di comando

Una leadership vera si vede nei momenti di difficoltà, non in quelli facili. Sono tutti capaci a gestire una vittoria, ma le vere doti di comando si vedono durante le sconfitte. In particolare, un leader vero non scarica mai la colpa su altri, ma prende il peso di questa su di sé.

Non deve averla pensata così Meloni che, dal momento in cui ha trionfato il no nel referendum di domenica scorsa, ha inanellato una serie di movimenti che tradivano solo rancore e nervosismo. Suggellando così una serie di errori che lei e il suo gruppo dirigente hanno compiuto nel corso della campagna referendaria. Primo tra i quali: la personalizzazione del referendum.

Matteo Renzi (Foto: Paola Onofri © Imagoeconomica)

Lo stesso identico errore che ha compiuto Renzi. Anche se lui ha esercitato l’aggravante delle paventate dimissioni e dell’uscita dalla politica — cosa che la Meloni, molto più pragmatica, si è ben guardata dal fare. Anzi, ha annunciato da sempre che non si sarebbe dimessa in caso di esito negativo. Ma sempre declamandolo con “quel ghigno da prima della classe” — direbbe Guccini — certa che l’eventualità della vittoria del No fosse remota. E invece ha vinto il no. Ha vinto partendo da una situazione iniziale di sessanta a quaranta di svantaggio — cioè quando i cittadini avevano espresso un giudizio solo sul quesito referendario, scevro dalla lotta politica e dalla personalizzazione.

Io continuo a pensare che i motivi che guidavano questa riforma fossero utili. Ma la lotta di campo li ha completamente offuscati dietro al tam tam del Meloni sì, Meloni no. E così c’è poco da fare.

Il doppio danno della sconfitta

Giorgia Meloni rilegge i risultati

La Meloni, con questa sconfitta, ha realizzato un doppio danno: quello di non portare a casa una riforma — migliorabile certo, ma tutto sommato giusta — e quello di rendere l’argomento impraticabile per almeno i prossimi trent’anni. Un danno ancora maggiore.

Che non l’avesse presa bene lo si è visto nel video postato sui social subito dopo la sconfitta. Primo errore: non si parla mai a caldo. Cosa ha detto: “La sovranità appartiene al popolo, abbiamo realizzato un punto del programma e abbiamo sottoposto la scelta ai cittadini, e i cittadini hanno deciso. Resta il rammarico ma questo non cambia il nostro impegno”. Il compitino.

Ma era l’atteggiamento, la tensione sul volto, a tradire la delusione. Tutto il video a testa alta, come per riaffermare inconsciamente orgoglio. Come a dire: io non ho sbagliato nulla, la colpa è di altri.

E proprio in quel video commette l’errore più grave e macroscopico: non ringraziare i tredici milioni di italiani e tutti coloro che avevano sostenuto il sì. Che in fondo si sono spesi per lei e sono la sua base elettorale. Si ringrazia sempre chi ti sostiene, sia nella vittoria che nella sconfitta. È un dovere di qualsiasi leader.

Le epurazioni e i capri espiatori

Andrea Delmastro delle Vedove messo alla porta (Foto © Imagoeconomica)

Dopo quel video, nulla. Solo una raffica di epurazioni nel governo, come a dire: la responsabilità è di questi incapaci che mi hanno rovinato la campagna. Azioni che tendono contemporaneamente a deresponsabilizzare se stessa, trovando dei capri espiatori ed a distrarre il dibattito pubblico indirizzandolo sulle loro dimissioni.

In quelle dimissioni c’è molta debolezza, non una prova di forza. A maggior ragione perché queste, a vario titolo, sono connesse col mondo della giustizia. Bartolozzi per le sue esternazioni sui giudici. Gli altri per vicende giudiziarie o paragiudiziarie.

Nordio, vero dramma comunicativo di questa campagna — l’unico che forse avrebbe dovuto pensare alle dimissioni — se ne frega, torna a Treviso e si fa fotografare a bere spritz in piazza.

Ne fa le spese Del Mastro, vice ministro della giustizia: ultramanettaro della prima ora, soccombe sotto partecipazioni a ristoranti con condannati per mafia. Che siano un reato o no, una bella nemesi.

Daniela Santanché (Foto: Canio Romaniello © Imagoeconomica)

Le più indicative però sono le dimissioni della Santanchè, le cui vicende sono note da tempo. La Meloni emette un comunicato di giubilo per le dimissioni di Del Mastro e, in quello stesso comunicato, invita anche la Santanchè a fare lo stesso — così, in pubblica piazza, come se fra le due non esistesse la minima comunicazione. Come se fosse un editto, non una scelta ragionata e condivisa per il bene del partito.

E la Santanchè cosa fa? Non risponde per ore. Non obbedisce al diktat meloniano. Ogni ora che passava era un grado di delegittimazione della premier: se un Presidente del Consiglio è costretto a chiedere le tue dimissioni in pubblica piazza e tu non le dai, non è certo uno sfoggio di potere.

La lezione di Berlusconi

Quelle dimissioni non sono un atto di forza, ma di debolezza. Se la Meloni avesse voluto dare una prova di leadership, avrebbe dovuto fare come Berlusconi. Vi ricordate cosa fece nel 2005, quando perse le regionali 11 a 2? Andò da Floris, a casa del nemico, a combattere per due ore contro D’Alema e Rutelli. Ci ha messo il corpo, come si dice in gergo il Silvio nazionale, facendo lui scudo a tutta la coalizione. Quello era un gesto da leader.

Silvio Berlusconi

La Meloni, invece, offre i corpi dei capri espiatori, si chiude nel palazzo e decapita i ministri. Ingerendo un ulteriore danno: immettere insicurezza e paura. E la paura in politica è un elemento nefasto: serpeggia, si insinua, fa più danni di qualsiasi altra cosa. È così che tutte le truppe della maggioranza vivono da giorni in uno stato di agitazione sotterraneo — non preoccupate per il destino della loro leader, ma per il loro.

Alla luce soprattutto di un’incombente legge elettorale con futuri nominati, dove il loro destino non è deciso dal loro lavoro politico e parlamentare, ma dagli umori del momento della leader, pronta al primo intoppo ad divorare i propri figli come Mercurio.

I magistrati come Partito: la triplice vittoria

C’è un elemento ancora più grave di questa sconfitta: aver permesso che i magistrati favorevoli al no assumessero lo status di un vero e proprio Partito. Perché è con le regole e i modi di un partito che hanno condotto e vinto questa campagna elettorale.

Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica

Nella furia iconoclasta di voler dare un segnale di potere ai giudici che, a suo avviso, minavano l’azione del governo, la Meloni ha concesso a questi una triplice e solida vittoria: rendendoli non solo avversari legittimati nel loro ruolo, ma anche vincenti.

Gli atteggiamenti conseguenti al voto ne sono stati la riprova. Oltre al tripudio generale — tra Bella ciao e promesse di ritorsioni — anche l’ANM ha cambiato il proprio vertice, nominando Giuseppe Tango al posto dell’uscente Parodi, che singolarmente si era dimesso a ridosso di una storica vittoria referendaria. “Rinnovamento per essere più credibili”, si legge nella nota dell’ANM. Frase illuminante.

Il resto è una nota di colore, come si dice giornalisticamente. I rappresentanti delle comunità islamiche in Italia fanno notare di essere ormai più di tre milioni e di aver votato quasi tutti No. Considerando che la vittoria è stata di circa un milione e mezzo di voti di differenza, si ritengono gli artefici del risultato. E resta un fatto curioso che la Meloni, da quando è in carica, ne abbia regolarizzati più di mezzo milione.

Le anomalie del voto e il caso Forza Italia

Maurizio Gasparri (Foto: Giulia Palmigiani © Imagoeconomica)

Tutti si affannano a cercare i mafiosi e i pregiudicati citati da Gratteri, coloro che avrebbero votato Sì o No nei paesi del sud dove ha stravinto il No. Si è passato allo scandaglio il voto nei Comuni sciolti per infiltrazioni.

Qualcuno più attento di me in redazione fa notare che, nonostante il Sì abbia vinto nella nostra provincia, i risultati peggiori si sono registrati nei comuni maggiormente gratificati di fondi ed emolumenti dal governo e dalla regione. Singolare. (Leggi qui: Referendum, due mappe e un solo risultato: Si nelle province ma Roma decide No).

In più, per non essere da meno, anche Forza Italia jubila il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri in nome del rinnovamento. E il rinnovamento è — udite udite — Stefania Craxi, la cui prima dichiarazione è stata: “Non sono alla ricerca di tessere, ma di idee. Servono confronto, dialogo e unità. Adesso mi scusi ma devo andare dal parrucchiere”. Sotto pressione anche Paolo Barelli alla Camera, per ora difeso strenuamente da Antonio Tajani — che tra l’altro è il suo consuocero.

Resta da vedere chi difenderà Tajani dai Berlusconi. Solo la Lega è rimasta pilatescamente in religioso silenzio.

Il ritorno alle urne e la psicologia delle folle

(Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

In questo bailamme, una cosa sola è stata di conforto: il ritorno in massa alle urne, in controtendenza rispetto alle ultime consultazioni in cui il popolo era sempre più disinteressato. La mattina del lunedì guardavo i risultati delle affluenze altissime nelle regioni rosse e nelle grandi città, e intuivo qualche problema.

Nel mentre guardavo il video di un parlamentare di maggioranza che esponeva l’ardita tesi che, se l’affluenza avesse superato il 60%, sarebbe stata vittoria sicura per il sì. Tanto che sotto ho scritto un mio commento mutuando uno striscione che fece la curva della Lazio all’inizio di un derby poi vinto, che recitava così: “Nun ve vedo tanto sicuri!”.

Ricordate la citazione della psicologia delle folle di Le Bon, che ho scritto la scorsa settimana? Descriveva la forza del popolo come “una forza brutale, passeggera ma immensa”. Ecco, è successo proprio questo: la folla — cioè il popolo — ha voluto dare un segnale alla Meloni, indipendentemente dal quesito per cui si votava. È inutile girarci intorno: è così. (Leggi qui: Italia sì, italiano no. L’abisso tra decisione e scelta).

Due strade per il futuro

Giorgia Meloni

Ora la premier è di fronte a due strade. La prima — che sembra già aver intrapreso — è quella della rabbia e della decapitazione dei presunti colpevoli. L’altra, che le consiglio vivamente, è quella di prendere coraggio, analizzare gli errori e porre dei correttivi.

Ma farlo con i fatti, non con i proclami; con l’azione di governo a favore dei cittadini. Se lo capirà, può giocarsi appieno le chance della riconferma, perché è ancora tutto da costruire il prossimo confronto elettorale. Se non sarà lucida, rischierà che la stessa folla che l’ha osannata diventi il suo carnefice.

Saper reagire alla sconfitta è più difficile e prezioso che imparare a vincere. Vae victis, guai ai vinti. È la frase che pronunciò Brenno, capo dei Galli che alla testa dei suoi aveva sconfitto e occupato Roma nel 390 a.C. I Romani stavano pesando su una bilancia l’oro da versare al condottiero gallo come tributo di guerra, quando qualcuno protestò perché i pesi erano truccati. Brenno sfoderò allora la sua pesante spada, la aggiunse sul piatto dei pesi da pareggiare con l’oro, rendendo il calcolo ancora più iniquo, ed esclamò appunto Vae victis: le condizioni di resa le dettano i vincitori sulla sola base del diritto del più forte.

La tradizione romana tramanda che Marco Furio Camillo, venuto a conoscenza del riscatto richiesto, tornò velocemente a Roma per affrontare di persona Brenno. Giunto alle bilance, gettò anch’egli la propria spada sui piatti — così da compensare il peso della spada del barbaro — e gli si rivolse dicendo: “Non auro, sed ferro, recuperanda est patria” — non con l’oro si deve riscattare la patria, ma con il ferro. I Romani, guidati da Furio Camillo, si riorganizzarono, liberarono la città e inseguirono Brenno anche oltre i confini di Roma. La sconfitta, affrontata con lucidità, può diventare il punto di ripartenza.

La lezione di Baricco: lasciare andare

Apprezzo lo scrittore Alessandro Baricco, anche se l’ho sempre trovato narcisista. Fino a quando non lo ha colpito una malattia seria: da allora è più profondo ed essenziale. Gira sui social da tempo un video di una sua intervista con Fazio. In genere le interviste di Fazio sono di una banalità disarmante. In questa, invece, Baricco è stato illuminante.

Alessandro Baricco a Che Tempo Che Fa (Frame dalla trasmissione)

Parlando dell’infelicità ha pronunciato questa frase: “C’è questa cosa che non avevo mai capito nella vita e che ho scoperto molto tardi: ti giochi una buona quantità delle tue possibilità di stare sul pianeta Terra con felicità sulla capacità che hai di lasciar andare le cose”. Dalle cose più piccole a quelle più grandi. Hai perso un oggetto? Lascialo andare. Hai avuto una sconfitta, una delusione? Lasciala andare. Una persona non era quello che credevi e ti ha deluso? Lasciala andare.

È un inno alla felicità e all’accettazione: la nostra serenità dipende dalla capacità di smettere di trattenere cose, persone o passati che non ci appartengono più.

Ecco il consiglio non richiesto che do alla Meloni. Hai perso il referendum, Giorgia? Lascialo andare. È su questo che ti giochi una buona fetta della tua capacità futura di fare bene. Non somatizzarlo, non ingigantirlo. Se lo terrai come un peso alle caviglie, come una zavorra, ti trascinerà a fondo con sé.

Giorgia Meloni

Se la Meloni sarà capace di farlo — e tornerà a occuparsi dei temi che interessano la gente, della vita quotidiana, e non solo di altisonanti consessi governativi internazionali — potrà giocarsi legittimamente le proprie future carte di successo. Altrimenti, come tutti coloro che l’hanno preceduta, sarà vittima ineluttabile dell’alternanza di Governo.

Consideri il referendum come un segnale per migliorare, non come una sconfitta. Ne colga l’essenza, il messaggio, e agisca di conseguenza.

Ha ragione Baricco: “Se qualcosa non ti rende felice, lasciala andare”. Il futuro riserva sempre sorprese nuove e inaspettate.