Un verso di Isaia, un ritornello in ebraico, una canzone di Guccini. E una domanda che attraversa i secoli e arriva fino a noi: quanto resta della notte per chi soffre, per gli esclusi, per i bambini delle miniere? La risposta del profeta non è un calendario: è un invito.
«Sentinella, quanto manca della notte?»
Ho riletto queste parole tratte dal libro del profeta Isaia (capitolo 21, versetto 11) quando ho riascoltato la canzone di Guccini: Shomer ma mi-llailah? Così suona il ritornello, in lingua ebraica. Una canzone bellissima e suggestiva, che induce a una profonda riflessione.
L’oracolo del silenzio
Siamo davanti a un testo misterioso del libro di Isaia, il cui destinatario non è del tutto chiaro: «Oracolo di Dumah», una località piuttosto lontana che non appare altrove. Il profeta chiarisce subito che il dialogo avviene presso Seir-Edom, popolo confinante con la Giudea. Dumah, invece, vuol dire «silenzio». Quindi si potrebbe dire anche: «oracolo — cioè Parola — del silenzio». Dopo l’annuncio di sconfitta che il profeta aveva rivolto al grande impero di Babilonia, di cui si canta la fine (gli imperi prima o poi finiscono tutti!), ora egli stesso sente il bisogno di chiedere silenzio.

Davanti alla violenza, alla guerra, alla devastazione di popoli e territori, ai profughi che fuggono la guerra e i cambiamenti climatici, a volte si può fare solo silenzio, anzitutto per ascoltare. Il silenzio è necessario a fermarsi, a volgere lo sguardo oltre se stessi e il proprio piccolo spazio quotidiano. Chi è credente lo può rivolgere a Dio, per cercare una risposta.
Così, nella notte del dolore, si alza un grido ripetuto, parole piene di paura e angoscia di un popolo — o forse dell’umanità intera — che chiedono all’unica voce capace di rispondere, quella della sentinella, perché può guardare lontano dalle mura della città: «Sentinella, quanto resta della notte?»
Quanto resta della notte?
Quanto resta della notte, ci chiediamo anche noi in questo tempo di dolore e di smarrimento? Quanto resta a chi soffre per la violenza del mondo e per l’ingiustizia della povertà? E quanto resta per i tanti esclusi, per gli abbandonati nelle strade delle nostre città? Quanto resta per i malati, i fragili, i bambini che scavano nelle miniere del Centrafrica di molti altri Paesi, minerali preziosi per noi, prima di morire inghiottiti dalle frane?

«Quanto resta della notte»: sono parole che esprimono una domanda, ma anche una supplica che rivolgiamo a Dio, unendoci a tutti coloro che, forse, non hanno neppure la forza e la voce per gridarlo. Lo gridiamo a quel Dio che ha creato tutti a sua immagine e somiglianza e che non potrebbe certo approvare chi uccide le sue creature.
Noi lo gridiamo a Lui, perché è proprio Lui la sentinella, il Dio che veglia sul mondo, che non fa vacillare il nostro piede, che non si addormenta mai, come canta il Salmo 121, il Salmo di Dio custode, sentinella che veglia nella notte e protegge dal male.
La coscienza annebbiata: come il male si insinua
Dio parla dal silenzio, non resta muto, perché vuole rispondere alle paure e al grido che viene dalla sofferenza del mondo. Infatti Dio, la sentinella, risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite». Non smettiamo di chiedere, di porci domande. È già l’inizio della risposta, dell’attesa che può indurre al cambiamento di se stessi.

Non si può rimanere muti davanti alla forza del male. È facile, quasi istintivo, vivere con una coscienza annebbiata del male che ci circonda e appare invincibile. Le preoccupazioni, le piccole angosce quotidiane, gli impegni, l’individualismo riducono, senza volerlo, l’orizzonte largo della sentinella, che guarda lontano, si accorge del nemico che avanza, del male che incombe come una minaccia. Così il male arriva improvviso, arma le mani violente, oscura i cuori, si insinua pian piano nelle menti impaurite, addormentate, sazie, soddisfatte per ciò che hanno — o insoddisfatte e tristi per quanto manca — rassegnate e rivendicatrici davanti a un futuro incerto e difficile.
«Convertitevi, venite»: mai rassegnarsi nella notte
Allora noi domandiamo e il profeta risponde: «Convertitevi, venite!» Mai rassegnarsi nella notte! Viene anche il mattino, il tempo della luce e della giustizia, che spunta come l’aurora. Ma il mattino apre a una domanda e a un invito.

La risposta alla notte, che permette al mattino di manifestarsi, è la «conversione»: il cambiamento di se stessi volgendosi oltre, all’Altro da noi. Quante volte nella Bibbia e nei Vangeli si invita alla conversione, a cambiare direzione, strada, cuore. Troppo facile pensare che sono gli altri che devono cambiare.
E infine il profeta aggiunge: «Venite». È un plurale. C’è bisogno che cominciamo a camminare insieme per resistere al male, senza scappare e senza scaricare le responsabilità — come si usa fare — ma guardandolo in faccia e cercando risposte. Il mondo le aspetta da tutti, nessuno escluso.



