Quell’odissea quotidiana chiamata Cassino-Roma (di R.Cacciami)

Rita Cacciami

Vice direttore L'Inchiesta Quotidiano

di RITA CACCIAMI
Vice Direttore
L’Inchiesta Quotidiano

 

 

C’è chi sale e poi ci lascia le chiavi di casa. O il computer. Ma anche una busta con gli acquisti appena fatti. E la borsa con i libri. O la speranza. Di avere una vita normale, con orari cristiani e relazioni sociali degne di questo nome. E chi, come me, affronta quel viaggio dopo tanto tempo, con un po’ di nostalgia e il giornale sotto il braccio, di primo mattino.

Pia illusione, perché sul Cassino-Roma delle 8.37 (ma anche sui precedenti) non è mica possibile leggere. Né tanto meno respirare ossigeno. Ci vuol poco a realizzare che si resterà in piedi un’ora e trentasei minuti, che sommati ai dieci di ritardo fanno quasi 120 in tutto. E così maledire in primo luogo la mia passione per le scarpe.

All’arrivo capirò cosa prova un bimbo di dodici mesi quando deve lasciare la manina del papà. E cercare di mettere un piede davanti all’altro da solo.

Ma torniamo alla partenza, ché ne vale davvero la pena. Dopo qualche minuto di scoramento che segue l’affannosa quanto inutile ricerca di un posto a sedere, una rapida occhiata a chi patirà le pene su rotaia. Il mio gomito destro appoggia su un giovane dottorando. Un ex giornalista pubblicista che nel tempo ha scoperto di volersi affrancare dalla macabra cronaca nera. Ma che ora rischia di passare dall’altra parte della barricata. Diventando uno spietato killer nei confronti di Trenitalia.

Il mio avambraccio è finito sulla testa di un simpatico quanto logorroico studente. Sogna di diventare infermiere dopo aver salutato il proprietario di una pescheria. Papà, vado a studiare in Veneto. E passa gran parte del tempo convivendo gratis con due amiche e lavorando come barman nel fine settimana fino a notte tarda. Di questo passo imparerà a  fare le iniezioni quando camminerà con le stampelle, ma è davvero un simpaticone.

Ad un certo punto, visto che mi lamento dell’odore insopportabile a finestrini chiusi, mi fa sentire il polso. Teme che sia il suo profumo al patchouli. Lo rassicuro. Magari fosse. E racconta a tutto il caravanserraglio la parte di vita che lo ha condotto a conoscere noi. Comprensivo di quando all’aeroporto gli sequestrarono la boccia di profumo (dev’essere una fissa) che superava i millilitri consentiti. Gli fa eco un’altra giovane di belle speranze e votata allo squillo di trombe. Lavora in un ristorante in Lombardia, ma la Campania è il suo mondo. E il suo mare. Ma c’è anche la dottoressa che ha vinto tre concorsi all’Asl e ha deciso di accettare quel posto a otto ore di treno da qui. Ma se fosse rimasta a Cassino non avrebbe mai fatto carriera. Almeno lì un reparto che la vuole far lavorare c’è.

Mentre tutti si confessano e io ascolto con interesse sopito dall’asfissia, come corpo morto cade una ragazza. E’ una corsa a farla sedere. Mica su un sedile, da lì non si scolla nessuno, sia mai. Le offrono un comodo gradino per farla riposare. Mentre sale la nenia su quanto sia difficile sopravvivere in un vagone.

Poi, l’affronto. A pochi passi da me, seduta c’è una splendida studentessa. Fortunata ad avere un posto e le cuffie nelle orecchie, decide di dare uno schiaffo a tutti. Il bagno è laggiù, oltre tutta quella massa umana in piedi accanto ai trolley e alle valigie. Lei, caparbia, insiste. Li scavalca uno ad uno. Si inarca, si piega, stende una gamba e poi l’altra, si contorce le caviglie ma arriva a destinazione. Il ritorno viene salutato da un osannante coro. E’ l’eroina del momento. Quando i bisogni fisiologici fanno di te una star.

Intanto siamo quasi all’arrivo. E prima di poter sentire l’aria, ci salutiamo uno ad uno. Siamo diventati amici. C’è anche il laureato in giurisprudenza che vuole diventare notaio. Chissà, magari ci si rincontra.

Pendolari uniti, vi ammiro e vi stimo. Ma vi starò lontana. Le odissee le lascio a voi eroi.

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