C’era una volta l’estate (che fine abbiamo fatto!)

Rita Cacciami

Vice direttore L'Inchiesta Quotidiano

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Rita Cacciami

di RITA CACCIAMI

Vice direttore de L’inchiesta Quotidiano

 

C’era una volta l’estate. Si guidava con il braccio fuori dal finestrino. E senza cinture.

Se andavi al sud, fondere il motore sotto la canicola e sull’asfalto rovente era quasi la regola. Un pedaggio morale quasi dovuto, insieme a tutta la famiglia, prima di raggiungere la meta.

Già. su quella Salerno Reggio Calabria. Che a ben guardare ha conservato la sua precoce vecchiaia. O diretti al nord, ma sempre facendo attenzione alla data di partenza. Bollino nero. Bollino rosso. Mai nei giorni di chiusura della Fiat, quando lo Stivale diventava un brulicante groviglio di automobili in fila.

Lo chiamavano esodo. E tale era. Come altro definire quelle città che si svuotavano dalle periferie al centro e quelle saracinesche irrimediabilmente chiuse. Mentre spiagge, laghi e colline si popolavano di orde di turisti sfrenati.

Popolo strano, quello che incontravi prima di tutto a metà strada. Ovvero, negli autogrill. Accomunati da un masochistico quanto ignoto impulso a fermarsi tutti insieme nelle piazzole roventi. Vallo a capire. Si sbocconcellava un panino che subito prendeva il sapore del motore. Spento ma ancora bollente. Eppure lo facevamo tutti. Mettendoci ordinatamente in fila verso le toilettes. Era già vacanza vedersi riflessi, con le occhiaie da risveglio all’alba, negli enormi specchi. E poi asciugarsi le mani in via del tutto elettrica. Mentre gli ombrelloni in spiaggia ti aspettavano allegramente colorati. Ognuno differente, molti dotati di “vestito”. Con quella specie di telo pendant che li trasformava in spogliatoi.

Niente lettino. Al massimo una scomoda sedia a sdraio. O, per i più evoluti, una seggiola da regista. A righe. Immancabile il nonno con il retino per le telline sempre a riva. Con i suoi boxer prima generazione di viscosa pura. Era il tempo del Moplen, che conteneva le polpette portate da casa insieme alla frittata di pasta. E il campeggio durava un mese e anche più. Così come il soggiorno in albergo.

Oggi. Cinque, massimo sei giorni. Per preparare il trolley, prenotare online, partire, arrivare, tornare a casa più esausto di prima. Il più delle volte dopo aver trascorso giorno e notte incollato allo smartphone. Collegato h 24 wi-fi via ombrellone. E mentre sui social scorrono tutte le foto della nostra indimenticabile quanto taroccata vacanza, noi intanto siamo ancora lì a chiederci chi ce l’ha fatto fare. Di lasciare il cane in pensione. E il nonno nell’Rsa. Una volta era buono per preparare il sugo. Adesso, o è arzillo e batte i pezzi alla 50enne dell’est. O è meglio che stia al bar dello sport. A giocare alle tre carte.

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