Nella notte tra il 5 ed il 6 aprile del 2009 il violento terremoto che ha distrutto L'Aquila e la vita di migliaia di persone. Il ricordo delle vittime e le storie di speranza come quella della sedicenne Gabriella Corrado nata proprio quel giorno
Sedici anni dopo, con lo stesso dolore. L’Aquila, come tutti gli altri luoghi devastati dai terremoti o da altre catastrofi naturali, è una ferita che non si cicatrizzerà mai. Resterà. E farà male. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009, in 23 secondi quella terribile scossa ha distrutto. Sconvolto, ucciso, spezzato. Colpendo e salvando a caso. Fermando per sempre 309 battiti. Spazzando via il palazzo degli universitari fuori sede.
Infrangendo 54 sogni di chi avrebbe voluto diventare medico, insegnante, architetto, ingegnere. Progetti di vita di chi magari avrebbe progettato o forse anche costruito, negli anni successivi, immobili a prova di sisma. Resistenti perfino ad una scossa pari a quella che alle 3.32 si abbatté sul capoluogo abruzzese e su altri 56 comuni. Un impatto pazzesco. Magnitudo 6.1. Milleseicento feriti, 80mila sfollati. Rovine ovunque. Prima il boato, poi il buio e il silenzio. Le urla e le sirene. E la corsa a scavare, spesso con le mani. Con il pericolo di sprofondare ancora di più.
Il terremoto nel sonno: una delle angosce più grandi

“Mi è caduto il mondo addosso”. Lo diciamo spesso, con leggerezza. Quella notte per centinaia di persone è stato proprio così. E senza possibilità di tornare in superficie vivi. Il terremoto nel sonno. Una delle angosce più grandi. Un timore da adulti che richiama la paura infantile del buio. Le scosse antecedenti, il terrore di rientrare in casa. La decisione di riposare un po’, magari solo qualche ora. Prima di uscire di nuovo. Senza averne più il tempo.
“Mi bevo due birre e non ci penso, al terremoto”, diceva Giustino. Mentre mamma Gabriella cercava di tranquillizzare i suoi due figli mettendoli a dormire con lei nel lettone. Il marito era di turno in ospedale. Li hanno trovati così, abbracciati.
Il Parco della Memoria
Sedici anni fa. E sembra ieri. Con i genitori a chiamare a gran voce i propri figli. Con le mamme a precipitarsi a prendere i piccoli in braccio. E con i figli adulti a proteggere i più fragili e anziani. A salvare anche i cuccioli di casa. Per chi ne ha avuto il tempo e la possibilità. Generazioni che si intrecciano. Che corrono e piangono. Che si toccano a vicenda increduli. Perché sono vivi. Feriti, ma vivi. Ma il dramma è per chi non ha risposta. Per chi aspetta, da allora, uno squillo di telefono. Un cenno. Un ritorno a casa che non ci sarà.

Sedici anni dopo. Nel Parco della Memoria risuonano i nomi e i cognomi di chi non ce l’ha fatta. E a scandirli è lei. Gabriella Corrado è nata quella notte, in un’ambulanza. Alle 3.40. E’ una sedicenne, ma non come tante altre. E’ la rappresentazione vivente di un nuovo inizio in un momento in cui tutto, intorno, era devastazione. A lei, testimone inconsapevole di un dramma senza limiti, è stata affidata la responsabilità del ricordo al termine di una fiaccolata silenziosa. Quella che ogni anno si muove con lentezza, come un abbraccio collettivo ai familiari delle vittime. E alla città. Terminando il suo percorso nel Parco della Memoria, con l’accensione del braciere.
Eppure era una notte di primavera

Ad alimentare la fiamma, una voce che quella notte fu di conforto a moltissimi. Quella del carabiniere Carlo Cruciani. Un sostegno prezioso. Tanto quanto quello delle migliaia di volontari, militari dell’Arma, vigili del fuoco, poliziotti, finanzieri che tentarono l’impossibile per salvare vite. E in molti casi ci riuscirono.
Eppure, era una notte di primavera. La stagione più mite in cui pensare con ottimismo al futuro. Per fare l’amore. Non una notte in cui dover affrontare la disperazione e l’oscurità più nere.



