Da Luigi Mastrogiacomo a… Luigi Mastrogiacomo: storia di due martiri ceccanesi

I ricordi di Angelino Loffredi: comunista. Dirigente provinciale e regionale Pci, consigliere provinciale dal '70 all'81, consigliere comunale dal '70 al '94, sindaco di Ceccano dall'81 all'85. Da Luigi Mastrogiacomo a... Luigi Mastrogiacomo: storia di due martiri ceccanesi... E poi gli anni dell'Industrializzazione

Giovanni Giuliani
Giovanni Giuliani

Giornalista malato di calcio e di storie

II CAPITOLO

Quello della Memoria per Angelino Loffredi è un concetto fondamentale, che ricorre spesso nei suoi scritti e nelle sue parole. (leggi qui la I parte: La foto di Stalin, il comizio di Berlinguer a Frosinone: i ricordi di Loffredi)

«Il concetto di Memoria condivisa implica una consapevolezza e una volontà di sintetizzare momenti, racconti, storie che ancora oggi divergono:  è un auspicio. E’ fondamentale costruire una memoria non di parte ma veritiera e che si basi sulla documentazione. La memoria è una ricchezza per il presente. Un paese che non ha memoria, che non ha dei punti di riferimento, anche nelle diversità, non ha un futuro».

DA LUIGI MASTROGIACOMO A …..LUIGI MASTROGIACOMO

Ed allora a proposito di memoria nella storia di Ceccano ci sono due uomini che sono passati… alla Storia: Luigi Mastrogiacomo e… Luigi Mastrogiacomo.

Due personaggi legati dallo stesso nome e dallo stesso cognome: entrambi di Ceccano: due figure legate dalla morte cruenta.

Il primo Luigi Mastrogiacomo e’morto alle Fosse Ardeatine per adempiere ad un dovere, non ben riconosciuto, purtroppo, sia dalla famiglia che da ricercatori storici. Per tanti anni si è ritenuto essere caduto per caso in una retata.

Era il 24 di marzo. Le truppe tedesche uccisero 335 tra civili e militari italiani come rappresaglia all’attentato di via Rasella compiuto dai Gruppi di Azione Patriottica. In quell’attentato morirono 33 soldati tedeschi. L’ordine dei tedeschi fu di uccidere dieci italiani per ogni militare alemanno deceduto a via Rasella.

Dati successivi riconoscono che Luigi Mastrogiacomo collaborava con il gruppo partigiano legato a Montezemolo e fu in grado di portare aiuto a quel tipo di Resistenza, detta impropriamente dei “badogliani”

Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, di antica famiglia nobile, dopo la caduta del fascismo lavorò a  stretto contatto con il nuovo capo del Governo, il maresciallo Pietro Badoglio: un mese dopo la firma dell’Armistizio  divenne il comandante del Fronte Militare Clandestino a Roma è una delle figure più importanti della Resistenza nonostante i conflitti con il Comitato Nazionale di Liberazione. Mori anche lui alla Fosse Ardeatine.

“Moglie e famiglia di Luigi Mastrogiacomo ritennero che si trattasse di un grande sbaglio. Ma quando scrissi il  libro “ Ceccano ricorda” nel 1990, e raccontai delle Fosse Ardeatine, leggendo la graduatoria fatta da Herbert Kappler tra i prigionieri italiani da eliminare, sulla base della pericolosità, notai come il nome di Luigi Mastrogiacomo fosse in una posizione di grande responsabilità.

Poi abbiamo saputo che Kappler si era avvalso della collaborazione di Pietro Koch. Quando presero Luigi Mastrogiacomo, attorno ad una radiotrasmittente, sul barcone posto lungo il Tevere, andarono a colpo sicuro. Le considerazioni, fatte in questi ultimi periodi, anche grazie a libri sulla stessa banda Koch, ci dicono che Luigi Mastrogiacomo nella Resistenza non è stata una persona che ci è trovata per caso  ma  aveva un ruolo nella trasmissione di notizie, nei collegamenti via radio.”

Pietro Koch sul finire della seconda guerra mondiale, fu a capo di un reparto speciale di polizia della Repubblica sociale italiana, chiamata anche Banda Koch, che operò  a Roma e poi  anche a Milano. La Banda Koch si rese protagonista di torture ed omicidi efferati contro nemici  ed oppositori politici.

LUIGI MASTROGIACOMO ED IL SAPONIFICIO ANNUNZIATA

“La morte dell’altro Luigi Mastrogiacomo si inserisce, nel secondo dopo guerra, in un contesto di un’aspra lotta  tra ricchi e poveri. Siamo nel maggio del 1962 a Ceccano. Uno sciopero al Saponificio Annunziata per il premio di produzione che veniva chiesto sulla base degli utili avuti dallo stesso Annunziata nel 1961: Circa un miliardo. Gli operai volevano che una parte di quella ricchezza fosse ripartita.

Fu uno sciopero ad oltranza  che si dilungò per quasi 50 giorni. Il culmine fu la sparatoria in cui morì Luigi Mastrogiacomo. Una sparatoria che non aveva motivazioni.

Dopo le cariche e le manganellate – ricorda Loffredi – delle forze dell’ordine la Polizia inizia a sparare quando davanti alla fabbrica non c’e’ nessuno e quindi non potevano esserci pericoli di assaltarla, così come si provò ad affermare. Non esistono verbali su quel giorno. Non conosciamo nemmeno gli esiti dell’autopsia che poteva chiarire tanto. Il giorno dopo la morte l’esame fu fatto ma il verbale non è mai venuto alla luce. Potevamo ad esempio, sapere quale arma avesse sparato. Ed invece di certo vi e’ che al tramonto di quel 28 di maggio del 1962 Luigi Mastrogiacomo viene ucciso.

Io all’ epoca avevo 21 anni. Ero un simpatizzante del Pci, fui presente a gran parte delle iniziative promosse dai sindacati. Nel giorno in cui avvenne l’omicidio io ero al campo sportivo di Ceccano, allenavo la società di Atletica Ceccano: ero con alcuni ragazzi. Sentiti i primi colpi, non mi resi conto  cosa stesse accadendo.

Successivamente mentre mi dirigevo verso il Saponificio per tornare a casa vidi un grande assembramento di persone nei pressi del CRAL, il centro ricreativo aziendale per i lavoratori.  La gran parte della gente stava dentro il CRAL perché la polizia stava lanciando i lacrimogeni. Ad ogni raffica si vedevano cadere foglie dagli alberi. Luigi Mastrogiacomo venne ucciso con un colpo diretto al petto, sotto un platano. Mori  a 44 anni lasciando la  moglie e due figlie.

Lavorava al saponificio Annunziata da un anno. Quel giorno altri dipendenti rimasero feriti con colpi d’arma da fuoco.

Lo Stato, attraverso il Prefetto – ha scritto lo stesso Loffredi con la moglie Lucia Fabi nel  libro “Ceccano con gli operai del Saponificio Annunziata”- tentò di piegare il Sindaco di Ceccano,  Vincenzo Bovieri, provando a convincerlo a tenere solo una cerimonia funebre privata. Il motivo era il solito, quello pretestuoso: l’ordine pubblico.

Bovieri preferì resistere, senza cedere, e chiese al Prefetto che nessun poliziotto, nessun carabiniere fosse nelle strade di Ceccano. Sarebbero stati gli operai con le loro divise di lavoro, con un bracciale nero al braccio ad assicurare il servizio d’ordine. Parole dette cosi come si dice, a brutto muso.

Terminata la conversazione telefonica, Bovieri, al tramonto, dal palazzo comunale scese al Saponificio, e indossata la fascia tricolore davanti ai cancelli, entrò, consegnando ai guardiani l’ordinanza di requisizione del complesso industriale.

Un atto di giustizia, lo Stato finalmente dopo mesi di servilismo si riscattò, attraverso la propria cellula fondamentale e il coraggio di un sindaco che dimostrò di non essere vile e remissivo verso i forti.

Alle ore 10 del 30 maggio un lungo corteo accompagnò la salma di Mastrogiacomo dalla casa, situata nella zona Pescara, alla chiesa di San Giovanni e poi al Cimitero. Finita la cerimonia religiosa, in Piazza 25 luglio parlarono l’Avv. De Sanctis, a nome dell’amministrazione comunale e il sindacalista Macario, segretario regionale della CISL. Quest’ultimo, fra le altre cose, chiese che la polizia non dovesse essere armata durante i conflitti di lavoro”.

(leggi anche Gli spari sugli operai di Ceccano e sulle lotte di oggi)

INDUSTRIALIZZAZIONE

I fatti del Saponificio accadono nel periodo in cui sta per partire la fase dell’industrializzazione in Provincia, poco prima la costituzione del Nucleo di industrializzazione, ideato dal sindaco di Frosinone Armando Vona. I comuni aderenti furono Ceccano, Frosinone, Ferentino.

A Ceccano si vive una situazione particolare: in quel momento c’erano 600 operai al Saponificio Annunziata, centinaia di operai alla B.P.D. in zona Faito (poi diventata Snia e specializzata nella produzione di esplosivi), altri occupati nel settore caseario  e poi tanti lavoratori che lavoravano nell’edilizia romana.

Il treno, o meglio i treni, che trasportavano i mille pendolari rappresentavano il luogo ove si alimentava la lotta di classe. Sul treno si legge e si commenta il giornale “ Paese sera“. Si descrivono le assemblee che i sindacalisti tengono nei cantieri. Gli edili avevano una grande peso all’epoca. Sono  quelli  prima dei metalmeccanici (1963)  a strappare un  buon contratto. Sul treno, insomma si alimenta cultura di lotta e combattimento.

La prima realtà industriale in Provincia, però, e’ quella di Isola liri: il vero Avamposto della classe operaia.

Nel febbraio 1949 c’era stata l’occupazione delle Cartiere Meridionali per evitare il licenziamento di 300 operai. La tensione era altissima. Il paese intero si schierò con gli operai. Anche in quella occasione ci furono feriti ed un morto. La vittima fu un operaio, investito durante una carica da una  camionetta delle forze dell’ordine.  Aveva 25 anni: si chiamava Tommaso Iafrate.

Le centrali operaie forti sul territorio erano  Isola del Liri e Ceprano. Più a nord, in provincia di Roma, c’era la città di Colleferro, con migliaia di operai del comparto esplosivi.

Nella seconda parte degli anni sessanta progressivamente si sviluppa l’industrializzazione fino a toccare gli indici più alti alla fine degli anni settanta. Io già facevo attività politica. Dal 1970 ero  consigliere comunale e provinciale e segretario della sezione PCI di Ceccano.

I comunisti pur volendo uno sviluppo industriale  chiedevano che fosse collegato all’agricoltura e all’industria di trasformazione agricola. La nostra non era una posizione vincente perché il richiamo dell’industrializzazione era forte. L’industrializzazione senza regole rappresentava la Terra Promessa. Nel 1973 presso l’Amministrazione Provinciale, attraverso una linea concordata con il gruppo socialista e fra questi Cesare Natalizio, riuscimmo ad ottenere una riduzione della superficie prevista per l’industria a favore delle aree agricole, così come era ipotizzato invece dal Piano Regolatore dell’Area Industriale

(2. fine – continua)

Leggi qui il I capitolo: La foto di Stalin, il comizio di Berlinguer a Frosinone: i ricordi di Loffredi