Quando l’accoglienza si scontra con la realtà

Due casi di degrado umano e urbano tra Cassino e Villa Santa Lucia. I limiti della legge. In un mondo dove è meglio non prendersi responsabilità. Ma anche se vuoi...

Ci sono storie che fanno male. Non solo perché raccontano disagio, emarginazione e degrado, ma perché dimostrano come, anche quando le istituzioni fanno la loro parte, il sistema sia troppo debole per reggere il peso della realtà.

Succede a Cassino e succede anche nella vicina Villa Santa Lucia. Due Comuni, due amministrazioni comunali che hanno tentato in tutti i modi di restituire dignità a persone finite ai margini. Due esempi che, purtroppo, mostrano i limiti profondi delle norme italiane in tema di accoglienza, tutela e assistenza.

Tra i portici e la via delle banche

In pieno centro, tra i portici di via Enrico De Nicola e le strade che costeggiano alcune filiali bancarie, da mesi vive – o meglio, sopravvive – una famiglia di origine rumena. In estate come in inverno. Di giorno come di notte. Chi abita nella zona racconta scene ormai quotidiane: liti frequenti, spesso in preda ai fumi dell’alcol, bisogni fisiologici alla luce del sole, perfino rapporti sessuali consumati in strada, a pochi passi dai passanti. Una situazione che indigna e ferisce, sia chi osserva da fuori, sia chi convive con il disagio ogni giorno.

L’amministrazione comunale non è rimasta a guardare. Il sindaco Enzo Salera, insieme all’assessorato ai Servizi Sociali, ha più volte tentato di offrire supporto, proponendo soluzioni abitative e assistenza concreta. Ma c’è un nodo che sfugge spesso al dibattito pubblico: queste persone hanno il diritto di vivere come vogliono, anche se questo significa vivere per strada. E finché non commettono reati, la legge non consente alcun intervento restrittivo.

Ecco il paradosso: chi sceglie la marginalità non può essere obbligato ad accettare aiuto. Chi rifiuta sistematicamente una soluzione dignitosa, ha comunque il diritto di restare in mezzo alla strada, anche se quella strada è la tua, la mia, la nostra.

Lo zombie di Villa Santa Lucia

Orazio Capraro

Stesso problema, altra forma. A pochi chilometri di distanza, a Villa Santa Lucia, un uomo di origini marocchine vive allo stato brado nei pressi di un supermercato.
La sua “casa” è un angolo di marciapiede
, tra un materasso sporco, resti di cibo e feci. Il disagio in questo caso appare ancora più profondo, anche sotto il profilo psicologico.

Anche qui il sindaco Orazio Capraro ed i Servizi Sociali non sono rimasti in silenzio: è stata inviata una PEC alla Procura della Repubblica di Cassino, che ha immediatamente coinvolto il procuratore Carlo Fucci. È stata avviata la procedura per la nomina di un amministratore di sostegno, con udienza fissata per il 17 settembre. Ma anche qui, a colpire non è tanto l’abbandono, quanto la lentezza di un sistema burocratico che, mentre discute, lascia le persone a vivere – o morire – tra i rifiuti.

Due facce della stessa accoglienza

Questi due casi, pur diversi, raccontano la stessa storia: una società che si impegna, un’amministrazione che interviene, ma una legge che non basta.

Il diritto alla libertà personale è sacrosanto ma non può giustificare l’abbandono, né permettere che interi spazi urbani si trasformino in scenari di degrado visibile e impunito. Così come non può essere la burocrazia a decidere se una persona ha diritto a ricevere aiuto. Quando ci sono evidenti segnali di fragilità psichica o emarginazione grave, serve uno Stato che sia più veloce, più giusto, più umano.

In questo contesto, i sindaci fanno quello che possono. Ma non possono fare miracoli. E non devono essere lasciati soli, né trasformati in bersagli facili di una frustrazione sociale che ha ben altre radici.

Il vero degrado, alla fine, non è quello che si vede per strada. È quello che non si vede nelle leggi, nei regolamenti, nelle mancanze strutturali che continuano a lasciare le amministrazioni locali senza strumenti concreti per intervenire. Serve una nuova visione, una riforma coraggiosa, che sappia distinguere tra chi va aiutato e chi va, se necessario, guidato anche con fermezza verso scelte che tutelino la sua dignità e quella degli altri.

Fino ad allora, continueremo a raccontare storie come queste. Con amarezza, ma anche con il dovere di non abituarci mai.