Cassino e quella domanda che lo Stato non può più rinviare

La rapina denunciata da uno studente universitario straniero, accerchiato da una banda di stranieri: riporta al centro il tema della sicurezza a Cassino. Ma anche dell'integrazione in una città di accoglienza e di studi. Non si può fingere che Cassino e la provincia di Frosinone non stiano cambiando. Ed anche le risposte a questo nuovo mondo devono essere riviste. Se lo Stato vuole tutelare cittadini, studenti e legalità.

Il problema non è la rapina denunciata da uno studente indiano. Quella è soltanto la scintilla che illumina un fenomeno molto più ampio. Il problema è capire quando una città smette di sentirsi sicura e quando lo Stato decide di intervenire prima che la paura diventi normalità. Perché se uno studente universitario che ha scelto questa città per costruire il proprio futuro cambia le proprie abitudini per il timore di essere nuovamente aggredito, significa che qualcosa si è rotto.

E quando anche ragazzi del posto evitano alcune piazze o raccontano di essere stati minacciati, derubati o costretti a consegnare denaro, non siamo più davanti a una semplice successione di episodi di cronaca. Siamo davanti a un problema di ordine pubblico.

A chi appartiene un territorio

Non per inseguire slogan ma per riaffermare un principio elementare: il territorio appartiene ai cittadini, non a gruppi che pensano di poter imporre le proprie regole attraverso la violenza.

Al centro di questa spirale di violenza, stando alle prime risultanze delle indagini, c’è un già noto gruppo di giovani egiziani. Guai, però, a cadere nella trappola delle generalizzazioni. Sarebbe un errore enorme. Migliaia di persone arrivano ogni anno in Italia affrontando viaggi drammatici per lavorare, studiare, integrarsi e costruire un futuro migliore. E per farlo, molti di loro affrontano marce a tappe forzate nel deserto: una passeggiata di salute se paragonata all’inferno dei Centri di Raccolta in Libia.

Foto: Rawpixel / The African Union Mission

Per sopravvivere a quel supplizio non basta essere bravi ragazzi: a volte occorre l’esatto contrario. Eppure, molti di quelli che riescono ad arrivare rappresentano una risorsa per il Paese e per città come Cassino, che oggi vive anche grazie alla presenza di studenti provenienti da ogni parte del mondo. E domani vivrà grazie al loro lavoro nelle fabbriche e nei cantieri dove gli italiani non ci saranno più semplicemente perché le culle oggi sono vuote e tra vent’anni saranno vuoti i posti che gli italiani occupavano. Per essere chiari: senza medici ed infermieri cubani, rumeni e bulgari molti ospedali italiani potrebbero chiudere domani mattina.

Il prosciutto davanti agli occhi

Ma proprio per rispetto di quella maggioranza che attraversa l’inferno per costruirsi qui un paradiso rispettando le regole, non si può fingere che non esista una minoranza che sceglie deliberatamente la strada dell’illegalità.

Chi delinque non danneggia soltanto le vittime delle proprie azioni: colpisce anche tutti gli stranieri onesti, alimentando diffidenza e tensioni. Per questo la risposta non può essere il silenzio.

(Foto © DepositPhotos.com)

Negli ultimi anni è cresciuto un fenomeno che vede protagonisti gruppi di minorenni capaci di esercitare intimidazione, usare armi improprie e agire con modalità che fino a poco tempo fa sembravano appartenere esclusivamente alle grandi periferie urbane. Non è un problema etnicco. È un problema di sicurezza, di legalità e di controllo del territorio. Se poi tra questi giovani vi sono minori inseriti nei percorsi di accoglienza, allora la riflessione diventa ancora più seria.

Il dovere dell’accoglienza

L’accoglienza è un dovere di uno Stato civile. Di una democrazia liberale. Di un popolo permeato del pensiero romano e greco, teorizzato da Aristotele, elaborato da San Tommaso d’Aquino, conservato salvato e diffuso grazie agli amanuensi di Montecassino.

Ma l’accoglienza presuppone anche regole, controlli e responsabilità. Formazione e integrazione. Se questi strumenti vengono meno, a perdere non sono soltanto i cittadini ma anche il valore stesso dell’accoglienza.

Esiste poi un altro tema che la politica continua a sfiorare senza affrontarlo fino in fondo: quello della devianza minorile. Senza colore della pelle e senza bandiera. Ce ne siamo occupati qualche ora fa su queste pagine. (Leggi qui: La notte dei ragazzi e il conto che nessuno vuole pagare).

(Foto © DepositPhotos.com)

Di fronte a fenomeni sempre più violenti, il dibattito sull’efficacia degli strumenti previsti dall’ordinamento è inevitabile. Sarà il Parlamento, se lo riterrà necessario, a valutare eventuali modifiche normative. Se vorrà farlo in maniera intelligente, investigherà su cosa ci sia a rendere sempre più violento il mondo che la nuova generazione sta costruendo intorno a sé. Se vorrà buttare un po’ di fumo negli occhi e raccattare qualche voto facile gli basterà inasprire le pene ed aumentare gli anni di carcere che nessuno infliggerà e meno ancora sconteranno mai. Ma ignorare il problema significherebbe lasciare che sia la cronaca a dettare l’agenda.

Il diritto di vivere senza paura

Cassino non chiede misure straordinarie. Chiede una cosa molto più semplice: che venga garantito il diritto di vivere una città senza paura.

Perché una città universitaria che accoglie studenti da tutto il mondo non può permettersi che chi arriva per investire sul proprio futuro debba chiedersi se sia sicuro tornare a casa la sera.

La sicurezza non è né di destra né di sinistra. È il primo dovere dello Stato. E quando una comunità inizia ad avere paura, la risposta non può essere l’attesa. Deve essere la presenza.