Da Legge repubblicana a Legge… sempre repubblicana ma con tutte le ambizioni di una democrazia “ristretta”: assai
Da circa 30 anni è sempre stato un problema, in Italia, digerire il fatto empirico per cui la nostra Costituzione prevede un bilanciamento perfetto tra poteri, funzioni e prerogative delle istituzioni costitutive dello Stato Repubblicano. Non è nata così, questa mezza aberrazione, e ci sono stati degli step della Storia che ne hanno amplificato epifania ed effetto.
Siamo nati entusiasti ma poi siamo diventati scettici, o suscettibili delle uste che via via ci lavavano il cervello già pronto di suo a cento liscivie.
Dopo il lavacro sacrosanto ed a volte imperfetto di Mani Pulite arrivò Silvio Berlusconi che vinse, anzi, stravinse come “homo novus”. E che, vincendo, inaugurò un “Neo Ventennio” molto particolare.
In principio fu Silvio

Il liberismo come dogma, il carisma del capopopolo “self made man” e le grane giudiziarie del premier iniziarono a corrodere l’immagine della magistratura, che ovviamente andò, nel nome dell’obbligatorietà dell’azione penale, a spulciare dove pulci c’erano, inutile negarlo per spirito agiografico.
Magistratura che sarà pure divisa in correnti orientate secondo precise direttrici ideologiche, ma risponde solo e soltanto al Csm ed alle regole del Diritto e della Procedura che ne significa l’attuazione concreta.
L’arrivo di un liberista in cabina di comando cominciò a modificare la percezione mainstream delle toghe e della loro mission, eroiche quando scardinarono la Prima Repubblica (a Di Pietro venne perfino dedicato un pezzo dance che “spaccò” nei juke box), profittatrici e quasi “golpiste” quando il nuovo capo iniziò a diffondere quel mantra in loop.
Da giudici eroi a giudici empi

Manca un fattore, fattore determinante: noi italiani. Noi. Noi che diventiamo opinione pubblica immanente subito dopo aver capito da che parte sia conveniente indirizzare la stessa. Votando per parte maggioritaria e per lustri interi un uomo che si ostinava a dire che le toghe erano “antropologicamente diverse” iniziamo a a guadare le stesse con sospetto, se non con astio.
Ed il repulisti che “Zanzone” Di Pietro (oggi favorevole alla svolta) con il suo Pool avevano dato ad un sistema corrotto iniziò a virare. Da azione necessaria, ancorché non priva di errori marchiani, Tangentopoli e la sua verve rifondativa di una nuova Italia divennero una parentesi buia e manettara.
Da cancellare ed emendare. In quegli anni Alleanza Nazionale e l’intero universo della destra di governo ed extraparlamentare erano sempre stati a favore dell’azione purificatrice che la magistratura aveva incarnato non come crociata, ma come semplice mandato istituzionale.
Quando Giorgia era giustizialista

Un po’ profittatori, un po’ eticamente marchiati, i post fascisti degli anni ‘90 non ebbero mai dubbi. In quegli anni Giorgia Meloni era già al governo come ministra iper-young e con altri incarichi di rilievo istituzionale assoluto, altro che Underdog.
Ma partiamo da un altro assunto storico: quello del 1963. In quell’occasione una sentenza della Corte costituzionale fissò la connessione tra la funzione del Csm come organismo di garanzia dell’autonomia della magistratura e il diritto all’elettorato attivo.
Che significa? Che tecnicamente la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, bilocata e resa aleatoria dall’esecutivo in carica, deve essere figlia di una scelta, non di una riffa.
L’incedere della legislazione

Ovviamente le leggi cambiano e non c’è nulla di illegittimo in quello che – eventualmente – il referendum confermativo della primavera 2026 sancirà, ma resta un dato politico.
E a noi quello interessa. Il dato è quello per cui, piaccia o meno, la riforma Nordio sembra una macchina del tempo che ci sta riportando a prima del 1963.
In che modo? Lo ha spiegato in maniera egregia Cataldo Intrieri, cassazionista di lungo corso ed esperto di Diritto Penale, su Linkiesta. Così: “Assicurando una sorta di primazia alla componente politica, espressione compatta della maggioranza parlamentare e dunque del governo”.
Ossigeno agli autocrati
Il nodo da sciogliere non è tanto quello di una Giustizia da riformare, quanto piuttosto quello delle autocrazie e delle prerogative che via via si attribuiscono sulla scorta di un sovranismo di pronta beva.
Esercitare infatti forme di controlli sui poteri “paralleli” non è sempre (quasi mai, in democrazia) un’operazione sfacciata ed autoritaria.
Questo perché gli stessi strumenti del sistema complesso che si vuol cambiare (minare) non consentono azioni così impunite.
Da democrazia e democratura

Meglio approfittare del gradiente lemme di una trasformazione slow da democrazia in democratura. E portare i cittadini ad intendere che forse, quella sterzata decisionista era e resta il meglio che la società potesse aspettarsi dai suoi governanti neo funzionalisti.
Che snobbano sempre più il Parlamento. Che ghettizzano sempre più la Legge. E che sperano solo che nel parlare di cose tecniche si perda occasione per parlare di cose pratiche davvero.
Come una Legge di Bilancio talmente infima che quando finiranno gli “sghei” del Pnrr noi tutti, sovranisti e non, andremo in default.



