Il caso di Serena Mollicone e quello di Giulia Cecchettin. Ogni crimine lede la società perché è un suo fallimento, ma nessun processo dovrebbe mai diventare una crociata sociale. Ecco le differenze tra i due casi
Dire che il concetto di giustizia resta immutabile nel tempo ed ancorato solo al momento in cui vengono enunciate o applicate le sue regole è mentire. E’ una bugia grossa perché anche e perfino l’applicazione della norma non risente solo dei codici di procedura che le danno disciplina. Ci sono altri fattori che intervengono ed il primo è il tempo. Tempo utile-bastevole per cambiare gli indirizzi e le sensibilità della società. Cioè del sistema complesso in cui l’applicazione della legge agisce. Facciamo un esempio cardinale.
L’articolo 530 del Codice di procedura penale dispone che “il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile”. E’ andata così a luglio con il secondo grado per il processo sul delitto di Serena Mollicone.
Tuttavia, al netto della lunghezza delle indagini che hanno condotto a quel procedimento e dei mutati tempi, la società attuale con le sue iperboli social ha percepito quel pronunciamento come ingiustizia. E non come epifania, sia pur dolorosa, della giustizia.
Cosa è cambiato in 25 anni

Sarebbe successo anche 25 anni fa? Non il legittimo sdegno per un omicidio irrisolto, ma lo sdegno corale perché non si era risolto come tutti si aspettavano si risolvesse. Probabilmente sì, ma con meno appeal di coinvolgimento diretto dell’uomo qualunque in faccende di cui lo stesso può percepire solo il mainstream.
Perché nel tempo e grazie alla progressiva colonizzazione abusiva dell’esercizio di critica da parte dei cittadini-utenti social e media (spesso disgiunto dalla facoltà di intelletto) si è creato un divario. Un gap progressivamente più largo tra ciò che la Legge regolamenta nei fatti e ciò che la Giustizia dovrebbe appagare nelle intenzioni. No, non sono la stessa cosa. Affatto e grazie a Dio.
Il caso delle costituzioni in parte civile nel primo dibattimento-bis per l’omicidio della 18enne di Arce è indicativo di questo processo. Un format in cui alla sbarra tendono ad andare sempre più i fenomeni allargati, invece che le singole persone rubricate in atti. Nel 2021 a dibattimento di primo grado si erano costituite parte civile (cioè sostenendo di avere subito un danno e chiedendo soddisfazione) l’Arma dei Carabinieri e il Comune di Arce.
Arce ed Arma parti civili per il caso Mollicone

Cioè due soggetti istituzionali che avevano (legittime) presunzioni di ritenersi lese da quel crimine orrendo pur non essendo ovviamente “familiari” della vittima.
Le difese avevano eccepito la legittimità di quella costituzione ma la Corte di Assise aveva accolto le eccezioni del Pm cassinate Maria Beatrice Siravo.
Con il processo “breve” per il caso di Giulia Cecchettin invece la chiave di interpretazione è stata ribaltata. Perché? Perché nel processo Mollicone erano andate a crogiolo le istanze di un fatto avvenuto nel 2001, un fatto orribile che aveva scosso il Paese intero esattamente come quello di Giulia, ma che per lungo tempo era rimasto in “purezza” di singolo delitto.
C’erano i quotidiani, all’epoca, non c’erano i social e non c’erano le giurie popolari da tastiera, al massimo si strologava nei bar o a tavola. C’era un esercizio di critica filtrato e settato su un plafond base di informazioni, e non c’erano pressioni mediatiche aberranti o “carburante” da un tam tam televisivo quasi ipnotico. In cui i conduttori si reniventano rabdomanti della verità tra consigli per gli acquisti e criminologi arcigni e catodici.
E siccome il compito della magistratura non è ristabilire la Giustizia come valore, ma perseguire il singolo e presunto fatto-reato, il “peso” della società nello scenario procedurale per dare un colpevole a quel delitto era risultato attenuato. Per fortuna ed anche al netto del mesto esito finale.
Caso Cecchettin: stesso problema, scenario diverso

Con il delitto Cecchettin, forse il più mediatico e di potabilità social-pop tra quelli degli ultimi 10 anni, il pericolo si è ripresentato, ma stavolta con il carisma gigante di una società che non ha più pulsioni, ma convinzioni sistemiche. Dogmi accettati per cui se si uccide una donna e la si ammazza in quel modo orribile la società ha quasi il “diritto” di intervenire ed incasellare il reato in una categoria più ampia: quella di genere.
Che nel frattempo sarà pure arrivata ad essere (giustamente) disciplinata in Codice, ma solo per incrementare mezzi tecnici rispetto ad una fattispecie più grave, non per far sposare sociologia e legge.
La Corte che giudicherà Filippo Turetta ha fiutato il pericolo ed ha ammesso solo i familiari della vittima a costituirsi parte civile. Saranno, in questo “quasi abbreviato” con rinuncia delle parti ad escutere testi e formare elementi di prova aggiuntivi, solo alcuni. E cioè il padre Gino, la sorella Elena e il fratello Davide, lo zio Alessio e la nonna Carla.
Turetta è il solo imputato

Entrambe le vittime, Serena e Giulia, avevano padri soli che chiedevano giustizia, ma nel primo caso uno è morto nell’attenderla, forse proprio per attenderla troppo. Il dato però è un altro: e lo ha esposto benissimo l’avvocato Giovanni Caruso, che ha l’ingrato compito di rappresentare le istanze di Turetta. Cioè di un reoconfesso che ha ammazzato la sua ex ragazza con 75 coltellate. E che è imputato per omicidio volontario aggravato da premeditazione, crudeltà, efferatezza, sequestro di persona, occultamento di cadavere e stalking. Rischia l’ergastolo.
Per il legale va evitato che quello a Turetta diventi un “processo-simbolo. Esso sarà destinato a stabilire se Filippo Turetta meriti una pena di giustizia e quale sia la pena giustizia. Non può essere un processo in cui la spettacolarizzazione autorizza a rendere Turetta il vessillo di una battaglia culturale, contro la giustizia di genere”.
Chi starà fuori e perché

Per questo motivo infatti Caruso aveva eccepito la costituzione di alcune parti civili. Quali? Alcune associazioni come la “Penelope” e due Comuni, quello di Vigonovo (dove Giulia viveva) e quello di Fossò (dove è stata uccisa). La Procura di Venezia ha eccepito anch’essa, dimostrando una maturità encomiabile.
Ed il requirente massimo Bruno Cherchi non poteva metterla meglio: “Il processo è sulle responsabilità personali. È un processo non al femminicidio, ma solo a Filippo Turetta. Non è uno studio sociologico, ma un accertamento delle responsabilità”. E ha detto una cosa santa, perché in aula ci vanno le persone per come sono, non la società per come è diventata.
Per processare quella dovremmo usare due cose che spessissimo usiamo male: una scheda elettorale e magari uno specchio.



