I maranza non c’erano: la Polizia smonta la bugia. E la politica dovrebbe imparare

Le immagini della videosorveglianza raccontano una storia completamente diversa da quella denunciata. Niente rapina, niente aggressione razziale: una rissa. La presunta vittima è stata deferita per calunnia e simulazione di reato. La buona notizia: lo Stato funziona. Il problema: chi aveva già costruito iniziative politiche su quella versione.

La verità ha un difetto: cammina più lentamente delle bugie. Ma quasi sempre arriva. Per giorni Cassino è stata descritta come il teatro dell’ennesimo episodio di violenza incontrollata. Una rapina, addirittura aggravata dall’odio razziale, ai danni di uno studente universitario. Una vicenda che aveva inevitabilmente acceso il dibattito sulla sicurezza, alimentato la preoccupazione tra gli studenti e dato forza a chi sostiene che la città stia vivendo una deriva da Far West. (Leggi qui: Cassino e quella domanda che lo Stato non può più rinviare)

Poi è arrivata la Polizia di Stato. Le immagini della videosorveglianza hanno raccontato una storia completamente diversa. Niente rapina. Niente aggressione razziale. Secondo gli investigatori, una rissa con contorni ben differenti da quelli denunciati inizialmente. Tanto da portare al deferimento proprio di chi aveva raccontato di essere una vittima: è stato segnalato ora alla Procura per calunnia e simulazione di reato mentre sono stati denunciati tutti i partecipanti alla rissa.

Resta naturalmente fermo, per tutti gli indagati, il principio della presunzione di innocenza fino all’accertamento definitivo delle responsabilità. Cioè: questa è l’istantanea scattata oggi. Ma se dovessero arrivare altri elementi la fotografia del racconto cambierà. Se arriveranno.

Lo Stato funziona: la prima, vera buona notizia

(Foto © DepositPhotos.com)

La prima riflessione è inevitabile. C’è ancora chi pensa di poter raccontare una storia qualsiasi e che basti ripeterla davanti a una telecamera o metterla nero su bianco in una denuncia perché diventi verità. È una sottovalutazione grave del lavoro delle forze dell’ordine.

La Polizia ed i Carabinieri non si fermano ai racconti. Indagano, verificano, confrontano le versioni. E quando ci sono telecamere, testimonianze e riscontri oggettivi, le bugie hanno vita molto breve.

Ed è questa, in fondo, la buona notizia di tutta la vicenda. Lo Stato funziona. Le istituzioni fanno il loro lavoro. Le professionalità investigative a Cassino ci sono e dimostrano che nessuno può sentirsi al riparo semplicemente costruendo una narrazione che regga il tempo di una conferenza stampa o di qualche post sui social.

Le false accuse danneggiano le vittime vere

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C’è poi un secondo aspetto, ancora più serio. Le discriminazioni esistono. Le aggressioni motivate dall’odio razziale esistono. Proprio per questo devono essere denunciate con forza e perseguite senza esitazioni. Ma usare un’accusa di questo genere come elemento di una ricostruzione falsa significa arrecare un danno enorme proprio a chi, domani, dovesse subire davvero un episodio di discriminazione. Perché ogni falsa denuncia erode la fiducia collettiva. E il rischio è che la prossima vittima autentica trovi più scetticismo di quanto meriterebbe.

Nei giorni scorsi il caso è diventato immediatamente terreno di scontro. C’è stato chi ha chiesto un Consiglio comunale straordinario sulla sicurezza, assumendo quella versione dei fatti come presupposto indiscutibile. È comprensibile che l’opposizione incalzi l’amministrazione su un tema così delicato. Fa parte del gioco democratico. Ma proprio perché si parla di sicurezza e di ordine pubblico, sarebbe opportuno attendere che le indagini facciano il loro corso prima di costruire iniziative politiche su fatti ancora tutti da accertare.

L’Aula del Consiglio di Cassino

Perché una cosa è discutere dei problemi reali di Cassino: e i problemi esistono. Un’altra è trasformare ogni episodio in un manifesto del degrado, salvo poi scoprire che i fatti erano ben diversi. Così si alimenta un clima che non aiuta nessuno: né i cittadini, né gli studenti, né gli operatori economici, né l’immagine della città.

La responsabilità delle parole

Negli ultimi anni si è diffusa una certa leggerezza nel raccontare pubblicamente vicende giudiziarie ancora tutte da verificare. Dichiarazioni, comunicati, ricostruzioni diffuse con estrema sicurezza quando gli accertamenti sono appena iniziati. Ognuno è libero di esercitare il proprio ruolo e di difendere le proprie ragioni. Ma questa libertà porta con sé anche una responsabilità: quella di misurare le conseguenze delle parole. Perché quando una ricostruzione si rivela infondata, il prezzo non lo paga soltanto chi l’ha costruita. Lo paga un’intera comunità.

Cassino ha bisogno di discutere seriamente di sicurezza. Ha bisogno di garantire tranquillità agli studenti universitari, ai residenti e ai commercianti. Ma proprio perché il tema è troppo importante, non può essere affrontato sulla base di racconti che poi vengono smentiti dalle indagini.

La verità è arrivata dopo il clamore. Sarebbe utile ricordarselo la prossima volta. Perché la sicurezza si costruisce con i fatti. E la credibilità delle istituzioni, della politica e dell’informazione passa dalla capacità di aspettare quei fatti, non di sostituirli con una narrazione.

(Foto di copertina © DepositPhotos.com).