A Ceccano un operaio di 66 anni muore cadendo da un’impalcatura. Pensionato al minimo ma costretto a lavorare da un Paese nel quale alla sua età non puoi ancora goderti i nipoti. Nessuna piazza si riempie, nessun Paese si ferma.
C’è un’ora, nelle città, in cui tutto sembra uguale a se stesso. Le tre del pomeriggio. Il traffico lento, le voci attutite, la vita che rientra dai supermercati. Ma oggi, alle 15, a Ceccano, quell’ora ha cambiato colore. Un tonfo. Un corpo. Un’impalcatura. Un operaio che cade dal quinto piano. La città si è fermata di colpo, come se qualcuno avesse tirato il freno d’emergenza della quotidianità.
Si chiamava Ezio Cretaro ed aveva 66 anni. Non tornerà più a casa. E il luogo dove tutto è accaduto è un simbolo che brucia: due metri davanti alla sede di un sindacato. Una coincidenza? Forse. Un segnale? Sicuramente: le tragedie a volte scelgono i loro palcoscenici con una precisione che mette paura.
Le statistiche sono morte anche loro

È l’ennesimo caso. Ma oggi i numeri non servono. Non interessano più. Non consolano, non spiegano, non difendono.
Sono anni che li sgranocchiamo come fossero dati meteo: “pioggia”, “sole”, “un altro morto sul lavoro”. Ci siamo abituati. E forse è questo il problema più grande: il Paese è stanco perfino di indignarsi.
Una verifica rapida, un incrocio di dati. Ezio risultava pensionato. Sessantasei anni: pensione minima. Troppo giovane per smettere di lavorare se hai ancora una figlia all’università o un mutuo che ti mangia le giornate. Troppo vecchio per stare su un’impalcatura. Ma oggi le pensioni da 600–700 euro non bastano a nessuno. E allora torni in cantiere. Per dignità, per necessità, per disperazione mascherata da normalità.
Qui sta il vero dramma italiano: non è il cantiere a uccidere. È un’Italia nella quale a 66 anni non puoi decidere se passare il resto dei tuoi giorni a crescere i nipotini. Nemmeno dopo una vita passata sui cantieri a spaccarti la schiena sotto il sole o con il gelo che ti entra nelle ossa.
Siamo tutti Ezio

A un’età come quella di Ezio non si dovrebbe salire su un’impalcatura: si dovrebbe stare in pensione, a godersi la famiglia, i nipoti, il silenzio guadagnato dopo una vita di fatica. A quell’età ci si dovrebbe sedere al tavolo, versare un bicchiere di vino e dire: “Ho fatto la mia parte”.
Non arrampicarsi su tavole per tappare buchi che spesso la pensione da fame degli edili non riesce a coprire. E non da oggi, non per colpa di un Governo in particolare ma di tutti i Governi.
C’è una famiglia distrutta, oggi. Due figli che non vedranno più un padre rientrare al portone. Una sedia vuota. Una voce che non risponde. Una storia interrotta. E intanto, nel Paese, le piazze si riempiono per cause lontane, giustissime, sacrosante. Si scende in strada per la Palestina, per il clima, per battaglie internazionali che meritano tutto il rispetto del mondo.
Ma per Ezio, per quelli come lui, per i padri che muoiono lavorando per pagare la bolletta, nessuna piazza si riempie. E questo è il punto.



