Una donna con sindrome di Down maltrattata, un quindicenne morto ad Aquino, un raid vandalico in una scuola di Cassino, genitori denunciati a Sora. Quattro storie diverse che, messe in fila, interrogano la provincia sulla propria capacità di accorgersi dell'altro.
Una donna con la sindrome di Down maltrattata da chi avrebbe dovuto assisterla. Un ragazzino di quindici anni trovato senza vita dalla madre, ad Aquino. Sei adolescenti che entrano di notte in una scuola e la devastano. E quattro genitori denunciati perché i loro figli minorenni, nel cuore della notte, giravano per Sora danneggiando automobili e infastidendo i residenti.
Sono storie diverse, accadute in luoghi diversi e, naturalmente, senza un legame giudiziario tra loro. Ma quando la cronaca le mette in fila, una dopo l’altra, è difficile non fermarsi per un momento e guardare oltre le singole notizie. Perché tutte, in maniera diversa, raccontano qualcosa di una provincia che sembra avere smarrito almeno in parte il senso del limite, della responsabilità, della cura dell’altro.
Le domande dalla Cronaca

Non è una sentenza. Non è nemmeno la fotografia di una comunità malata. La provincia di Frosinone è fatta soprattutto di persone perbene, di famiglie che educano, di ragazzi che studiano, lavorano, fanno sport, fanno volontariato, di persone che ogni giorno si prendono cura degli altri senza finire sulle pagine dei giornali. Ma la cronaca, quando insiste su certe immagini, obbliga a farsi qualche domanda.
La prima arriva questa mattina, ed è forse la più difficile da accettare. I Carabinieri della Compagnia di Alatri e i militari della Stazione di Veroli sono intervenuti nella vicenda di una donna con la sindrome di Down che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stata maltrattata. A documentare quei comportamenti sono state anche le immagini delle telecamere, che hanno consentito agli investigatori di ricostruire quanto accadeva e di arrivare all’arresto della responsabile, condannata in via definitiva a tre anni di reclusione.

Ma prima dell’arresto, prima delle telecamere, prima della sentenza c’era una persona fragile. È questo il particolare che dovrebbe restare più a lungo nella nostra testa: non l’arresto, non la sentenza, ma quella donna, la sua fragilità, la fiducia affidata a qualcun altro e, secondo l’accusa, tradita. Una telecamera ha visto quello che forse qualcuno avrebbe dovuto vedere prima.
Via a quindici anni
Poi c’è Aquino, dove ieri pomeriggio una madre ha trovato senza vita il proprio figlio di quindici anni. Una tragedia davanti alla quale le parole devono fermarsi, perché gli accertamenti sono ancora in corso e non esistono spiegazioni facili. Resta però quella madre e resta una domanda che riguarda tutti gli adulti: quanto conosciamo davvero i nostri ragazzi? Quanto sappiamo ascoltare quello che non riescono a dirci? Quanto siamo capaci di riconoscere una fragilità, un disagio, una richiesta d’aiuto quando non arriva sotto forma di parole? Non è una domanda da rivolgere soltanto ai genitori. È una domanda per una comunità intera.

Poi c’è Cassino, dove sei ragazzi, tutti minorenni, tutti italiani e provenienti da famiglie agiate, sono stati denunciati dopo il raid vandalico all’interno dell’Itis Majorana. Una scuola devastata, con danni per oltre 15 mila euro secondo le prime stime. Il dato delle famiglie agiate va raccontato, ma non può diventare una spiegazione: il vandalismo non ha un ceto sociale e il rispetto non dovrebbe averne uno. Quei ragazzi, per qualche ora, hanno smesso di vedere quella scuola come un luogo appartenente a una comunità. E forse è proprio questo uno dei problemi: quando smettiamo di vedere ciò che appartiene agli altri, finiamo per non riconoscere più nemmeno il valore del bene comune.
Infine Sora, dove quattro genitori sono stati denunciati dalla Polizia per omesso controllo dei figli minorenni, dopo che i ragazzi, secondo quanto contestato, nelle ore notturne danneggiavano automobili e disturbavano i residenti. Anche qui non serve puntare il dito. Essere genitori di un adolescente significa concedere libertà senza rinunciare alla presenza, lasciare crescere senza smettere di educare. Un figlio deve poter sbagliare, ma deve anche sapere che ogni errore ha delle conseguenze e che la libertà non può coincidere con il diritto di fare ciò che si vuole agli altri.
Questione di responsabilità

E allora, mettendo insieme queste quattro storie, torna una parola: responsabilità. Quella di chi ha in custodia una persona fragile. Quella degli adulti nei confronti dei ragazzi. Quella dei ragazzi verso ciò che appartiene alla comunità. Quella di una società che non può pensare che educazione, controllo e attenzione siano sempre compiti di qualcun altro.
Forse è qui che la provincia deve interrogarsi. Non perché sia diventata improvvisamente una provincia peggiore, e nemmeno perché questi quattro episodi possano essere trasformati nella fotografia di una comunità in declino. Ma perché raccontano, ognuno a modo suo, una possibile perdita di attenzione verso l’altro.
E l’umanità, alla fine, è proprio questo: accorgersi che l’altro esiste.

La donna con la sindrome di Down ci ricorda che esistono persone che dipendono dalla nostra capacità di proteggerle. Il ragazzo di Aquino ci mette davanti al dolore più grande e alle domande alle quali forse non avremo mai una risposta. I sei ragazzi del Majorana ci ricordano che il rispetto per ciò che è di tutti non nasce automaticamente. Le denunce ai genitori di Sora riportano la responsabilità dentro le famiglie.
La provincia che vogliamo non è quella nella quale non succede più nulla. È quella nella quale, quando succede qualcosa, qualcuno se ne accorge. Prima della telecamera. Prima della sirena. E prima della denuncia come anche prima che sia troppo tardi. Perché la sicurezza è fatta di uomini e donne in divisa, di leggi e di controlli. Ma prima ancora è fatta di una comunità capace di riconoscere la fragilità, di educare i propri ragazzi e di ricordare a tutti, adulti e giovani, una cosa elementare che forse abbiamo smesso di ripeterci abbastanza: l’altro non è un estraneo.
L’altro siamo noi.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).


