Nel caso Di Carlo, la difesa ha tenuto ferma la bussola del diritto, riconoscendo la complessità umana dell’imputato. Una sentenza difficile, che ricorda quanto la giustizia debba restare lucida, anche quando tutto grida vendetta
Difendere l’indifendibile è un mestiere che nessuno ha il coraggio di raccontare senza inciampare nella retorica. Eppure accade, ogni giorno, nelle aule dei tribunali. È successo anche a Cassino, dove la Corte d’Assise ha condannato a 14 anni Sandro Di Carlo per l’omicidio di Yirelis Peña Santana, la donna dominicana colpita a coltellate nella primavera del 2023. Il Pubblico Ministero ne aveva chiesti 24. L’ergastolo, in teoria, era sul tavolo. La Corte, però, ha riconosciuto la semi-infermità mentale. Non è una formula astratta, ma la spina dorsale di una sentenza che ha preso una direzione precisa. E che ci riporta a una figura silenziosa ma centrale: quella dell’avvocato difensore.
L’uomo sotto la toga

Perché se è vero – come è vero – che ogni processo penale è uno scontro tra tesi opposte, è altrettanto vero che in certi casi l’avvocato non ha di fronte solo l’impianto accusatorio dello Stato, ma anche lo sdegno sociale, la rabbia dell’opinione pubblica, lo sguardo muto della famiglia della vittima. Un dolore legittimo, sacrosanto. Ma che non può diventare condanna anticipata. Per questo serve una bussola. E quella bussola è il Diritto.
L’avvocato Sandro Salera ha scelto la rotta più impervia. Ha preso per mano un imputato che nessuno voleva guardare, e lo ha accompagnato nella sola direzione possibile: quella della verità processuale. Ha portato in Aula, senza teatralità, gli elementi tecnici: perizie mediche, diagnosi neurologiche, disturbi psichici, assenze epilettiche. Non per assolvere, ma per spiegare. Per ricordare che tra la colpa piena e l’innocenza esiste una zona d’ombra che la legge conosce bene: quella della responsabilità attenuata.
Il rispetto delle Regole

E qui il punto è essenziale. Difendere un uomo che ha ucciso una donna è difficilissimo. Farlo invocando un disturbo mentale è più difficile ancora. Perché si corre il rischio di sembrare complici di una fuga, di un alibi, di una scorciatoia. Ma è esattamente il contrario. È il rispetto delle regole che impone, a chi difende, di pretendere che siano rispettate tutte le garanzie, anche per chi ha fatto del male. Anzi, proprio per lui.
La sentenza della Corte d’Assise – 14 anni – dice questo: il fatto è grave, gravissimo, ma l’imputato non era pienamente capace di intendere e di volere. Non è una giustificazione. È un principio. E i principi, in uno Stato di diritto, sono l’unica diga contro la vendetta. Perché se la pena deve essere proporzionata al reato, deve esserlo anche alla condizione dell’autore.
Sandro Di Carlo ha ucciso. Ma la giustizia ha riconosciuto in lui un uomo disturbato, non un mostro. E a stabilirlo non è stato un talk show, ma una perizia scientifica. È questo che gli avvocati hanno portato in Aula. È per questo che hanno parlato, pur sapendo di parlare controvento.
E per dimostrarlo hanno dovuto abbattere il pregiudizio. Soprattutto quello che c’è stato nel fronte avverso: due perizie psichiatriche, chieste una dall’Accusa ed una dalla Corte, sostenevano che l’assassino fosse sano di mente. La difesa ha dovuto dimostrare che non c’era stata serenità nel valutare le cose. Perché un medico, prima di stendere una perizia sulla salute mentale di chicchessia, dovrebbe incontrarlo almeno tre volte: agli atti risulta una visita, durata 30 minuti ma compresi i circa 15 necessari per raggiungere il paziente.
La gogna digitale

Oggi la gogna è digitale e la sentenza la pronuncia il like: per questo, restare fedeli al ruolo di difensori è un atto di coraggio civile. Significa accettare di essere odiati, fraintesi, isolati. Ma anche sapere che il giorno in cui smetteremo di difendere tutti, con gli stessi strumenti, avremo smesso di essere una democrazia.
Va riconosciuto il merito a chi – come in questo caso – ha saputo vedere in un assassino anche un malato. Ed ha ricordato che giustizia non significa vendetta. E che il diritto, quello vero, non è mai una scorciatoia. Ma un cammino, spesso in salita, che passa per il dubbio e finisce solo quando, in silenzio, si chiude l’ultima pagina della sentenza.



