PRO MAMDANI / Zohran Mamdani e il coraggio di una democrazia che non dimentica. New York non si arrende. Cambia. E nel farlo, resta fedele a sé stessa.
L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco della più iconica città americana non è la “resa dell’Occidente” descritta con toni apocalittici dai suoi avversari e dai loro sostenitori anche italiani. Non è nemmeno il prodotto seriale di un “metodo stampino”, né tantomeno una damnatio memoriae dei fatti dell’11 settembre. È invece la manifestazione più limpida di ciò che rende una democrazia autentica: la capacità di scegliere, di cambiare, e di non restare ostaggio delle paure, né del passato, né dei pregiudizi.
Perché no, eleggere un cittadino americano musulmano, figlio di immigrati, dichiaratamente progressista, non è un atto di rimozione. È un atto di maturità civile.
L’identità non è un atto di sangue ma di appartenenza

Nella sua seguitissima nota domenicale, oggi Franco Fiorito dopo aver evocato con dovizia di particolari l’orrore dell’11 settembre (che nessuno dimentica), sembra incapace di distinguere tra un terrorista e un cittadino. Tra un fondamentalista e un musulmano americano eletto in modo trasparente. È un errore pericoloso e — peggio — un errore comodo: quello di ridurre l’identità religiosa a un marchio indelebile di sospetto. (Leggi qui: La damnatio memoriae Dona un sindaco musulmano a New York).
Zohran Mamdani non è un emissario di un’ideologia violenta, è il prodotto legittimo di una società che consente a chiunque — anche a chi ha un cognome straniero o prega in una moschea — di partecipare alla cosa pubblica. Questo è il punto. Ed è il punto che distingue le democrazie dalle autocrazie, i diritti dalla diffidenza sistemica, e la libertà dalla paura.
Damnatio memoriae? No, pluralismo.

L’invocazione alla damnatio memoriae, usata come allegoria della cosiddetta “cancel culture”, è qui un’arma spuntata. Non c’è nessuna rimozione della memoria. I fatti dell’11 settembre sono scolpiti nel cuore di chiunque abbia vissuto quel giorno. Ma reagire a quella tragedia vent’anni dopo con un eterno sospetto verso chi professa una determinata fede significa alimentare lo stesso tipo di tribalismo che ha generato quell’odio.
Non è la cultura progressista ad aver “dimenticato”. È la visione paranoica di chi legge ogni segnale di apertura come un segno di decadenza. Ma è proprio questa visione chiusa a soffocare l’Occidente, non il contrario.
La città che non dorme mai sceglie chi lavora per tutti

Il programma di Mamdani — attaccato con sarcasmo e disprezzo dai trumpiani — affronta temi reali e urgenti: il costo della casa, l’accessibilità ai servizi, il trasporto pubblico, il lavoro povero. Possiamo discutere i dettagli economici, certo. È legittimo chiedersi se sia sostenibile un salario minimo a 30 dollari l’ora, o come si possano finanziare 200.000 case popolari. Ma è esagerato liquidare tutto questo come “comunismo mascherato” o “fascismo fru fru”.
Chi calpesta questi temi dimentica — o ignora volontariamente — che New York è anche la città in cui oltre 70.000 persone dormono per strada ogni notte. Dove la gentrificazione (il processo di trasformazione urbana che porta alla riqualificazione di quartieri storicamente popolari attraverso l’arrivo di nuovi residenti con redditi più elevati,) ha spazzato via interi quartieri popolari. Dove un autobus gratuito può davvero fare la differenza tra l’isolamento e l’opportunità.
E allora no, non è “socialismo da salotto”. È politica. E una politica che parla alle fragilità della città più iniqua del mondo non è un pericolo: è una necessità.
Lo “stampino” democratico non esiste. Esistono cittadini.

È facile ironizzare su Mamdani, su Kamala Harris, su Barack e Michelle Obama, sulle figlie di politici e perfino sul look delle mogli. Il rischio però è di precipitare in un florilegio di misoginia, classismo e livore travestito da ironia. Ma dietro l’offesa resta il nulla.
La verità è che ogni generazione democratica crea i propri rappresentanti, spesso in risposta ai problemi dei loro tempi. E se oggi Mamdani, giovane, musulmano, “socialista”, ha convinto la maggioranza dei cittadini di New York, non è per l’intervento di Soros o dei media ma perché ha proposto qualcosa che ha risuonato, ha parlato alle vite vere.
La forza della bandiera

Vera o presunta, la scena di militanti che strappano bandiere americane evoca l’immagine di un’America sottomessa all’arroganza islamista. Ma ciò che davvero emerge da quell’immagine è un paradosso: mentre si condanna un simbolico gesto antiamericano, si propone una visione dell’America che nega i suoi stessi principi fondanti.
La forza della bandiera americana non è nella stoffa ma in ciò che rappresenta: libertà, diversità, possibilità. Ogni cittadino eletto — anche se musulmano (fratello dei cristiani, perché entrambi discendenti da Abramo) anche se di sinistra, anche se nato altrove — è parte viva di quella bandiera. Chi vuole decidere chi può rappresentare l’America in base alla religione, ha già abbandonato i suoi valori più profondi.
L’Occidente non tramonta quando accoglie ma quando odia

Chi oggi grida alla fine dell’Occidente perché un musulmano governa New York, dimostra di aver frainteso ciò che l’Occidente è. Non è fortezza. Non è purezza. È progetto aperto, movimento, contraddizione. L’Occidente è sopravvissuto alle guerre, alle crisi, agli attacchi terroristici non perché ha chiuso le porte, ma perché ha scelto di non diventare ciò che combatteva.
Zohran Mamdani non cancella nulla. È la prova vivente che la democrazia, nonostante tutto, è ancora capace di ascoltare, includere, cambiare. È scomodo? Forse. È incerto? Certamente. Ma è proprio questo che la rende degna di essere chiamata libertà.



