Sei milioni di ragioni per dire: noi stiamo con Grassucci

L'odio e la vigliaccheria non sono solo storia, ma realtà odierna, come dimostra l'insulto a Lidano Grassucci. La sua risposta è un atto di coraggio che difende la libertà di parola e la memoria storica contro il crescente revisionismo e violenza simbolica.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

C’è una latitudine dell’odio che da tempo ha smesso di appartenere soltanto ai libri di storia. Abita le nostre strade, si scrive sui muri e, soprattutto, coltiva il vizio antico della vigliaccheria. Non è una novità che i giornalisti finiscano nel mirino di chi l’alfabeto democratico lo conosce solo per sputarci sopra. Ma quando succede a un cronista come Lidano Grassucci, la misura va colmata con un gesto pubblico. Di consapevolezza. E di coscienza.

«Sei milioni di Grassucci», corredato da una svastica: è quanto qualche mentecatto ha pensato di scrivere su un muro di via Fabio Filzi a Latina. Una frase che fa a pugni con il tempo in cui viviamo, ma che fotografa perfettamente il tempo che stiamo vivendo. C’è dentro l’evocazione criminale della Shoah, l’odio antisemita mai sopito, l’aggressione al dissenso e l’attacco al giornalismo. Una quadratura dell’orrore.

Siamo tutti Lillo

Grassucci non è un ingenuo. Sa bene che il mestiere che fa – quello vero, della carta elettronica che oggi ha soppiantato quella stampata ma ne ha mantenuto la funzione di contenere le opinioni scomode, delle battaglie civili – comporta l’antipatia di molti. Ma il punto è un altro. In quella scritta non c’è solo il livore verso l’autore di articoli. C’è il disprezzo per ciò che rappresenta: la libertà di parola, la coscienza della memoria, la militanza dell’intelligenza. Non a caso, Grassucci è anche presidente dell’associazione “La scelta per Davide – Latina amica di Israele”. E non a caso è tra le poche voci locali capaci di dire apertamente ciò che tanti pensano solo in privato. Come non è un caso che appena qualche mese fa il suo nome fosse in una lista di proscrizione comunista, cioè di matrice esattamente opposta a quella nazista ma unita dallo stesso odio. (Leggi qui: “L’agente Grassucci”: un sionista è tra di noi).

Non c’entra essere d’accordo o no con lui. Anzi, come ha fatto notare con rara eleganza Giancarlo Loffarelli dell’Anpi di Sezze – in disaccordo con Grassucci ma pronto a esprimergli solidarietà – qui non è in discussione un’opinione, ma il diritto di averne una. Con firma e faccia, come ha scritto Grassucci con la consueta fierezza. E non è un dettaglio.

Il dibattito che si svuota

Perché mentre il dibattito pubblico si svuota e si impoverisce, mentre la rete diventa il bar del rancore e le piazze si trasformano in tribunali senza giudici, il coraggio di un uomo che non cambia idea “perché c’è una scritta su un muro” è, nel suo piccolo, un atto sovversivo. Il contrario del conformismo. L’opposto dell’ignavia.

A preoccuparci dovrebbe essere soprattutto il contesto: quel mix di revisionismo strisciante, sdoganamento dell’odio e facilità con cui si torna a scherzare con i simboli dell’orrore. Una svastica oggi non è solo una provocazione: è un’azione politica. E ogni svastica che compare senza indignazione collettiva, prepara la prossima.

Grassucci ha fatto quello che va fatto: ha preso un cazzotto in pieno viso e ha risposto con parole limpide, senza abbaiare vendette, senza piagnistei. Ma ora tocca a tutti noi: non con comunicati e strette di mano, ma col coltivare memoria e libertà. In fondo, il modo migliore per reagire è proprio quello che Grassucci pratica da sempre: scrivere. Continuare a raccontare. Dire.

Perché la libertà di parola non è la libertà di insultare, ma quella – ben più nobile – di resistere. Resistere anche a un muro imbrattato di veleno.