Il trionfo a Wimbledon di Jannick ha messo in risalto le contraddizioni dei tifosi, pazzi di un campione che fa leva su qualità di cui molti italiani sono privi. Ora la speranza è che i successi del tennista altoatesino possano essere da insegnamento. Oppure ci limiteremo ad aspettare la prossima vittoria solo per festeggiare?
Eccoci qui. Freschi di vittoria con il profumo di erba appena tagliata e di un trionfo che sa di… déjà vu. Sinner batte Alcaraz a Wimbledon. Un boato, un’esplosione di gioia collettiva che, per chi ha un minimo di memoria storica, risuona stranamente familiare. E subito, ecco che il carro del vincitore si materializza, lucido, imponente, con le ruote ancora frementi per la corsa verso il nuovo idolo nazionale.
Benvenuti allo spettacolo dell’italianità trionfante, dove la coerenza è un optional e l’amnesia collettiva è la regola d’oro. Fino a ieri, Sinner era un giovane talento, certo, ma pur sempre un ragazzo silenzioso, quasi austero, dedito al lavoro e lontano dai riflettori. Un po’ troppo “tedesco” per i nostri gusti, forse? Troppo concentrato, troppo poco incline alla chiassata e alla “gioia di vivere” tanto decantata? Ma oggi è un altro giorno. Oggi Sinner è il nostro eroe, il simbolo della nostra rinascita sportiva, la prova tangibile che anche noi, volendo, possiamo essere rigorosi, costanti, mentalmente d’acciaio.
Sinner uno come noi

Ma le qualità che oggi celebriamo in Sinner — precisione, capacità di previsione, preparazione meticolosa, freddezza nei momenti critici — non sono una rarità esclusiva delle vette del tennis internazionale. Al contrario, sono doti che esistono — e talvolta abbondano — anche in quelle realtà che amano più raccontarsi come periferie depresse che riconoscersi come fucine di eccellenza.
La provincia di Frosinone è un esempio calzante. La cronaca di questa domenica parla da sola: un’equipe dell’ospedale Spaziani ha impiantato il primo pacemaker senza fili nel Lazio, mentre un dirigente delle Bonifiche, Andrea Renna, ha evitato un disastro idraulico a Fiumicino grazie alla decisione di dotarsi di un satellite meteo e ad un piano d’azione da manuale. Se queste non sono prove di lungimiranza, allora continuiamo pure a credere che la genialità abiti solo altrove.
Tifo e contraddizioni

Ah, il paradosso. È una di quelle contraddizioni che solo l’Italia sa regalarci con tale magniloquenza. Esaltiamo Sinner per la sua austerità, noi che siamo il popolo del “purché si stia bene”, del “oggi sì, domani chissà”. Innamorati della sua metodicità, noi che navighiamo a vista, che l’improvvisazione è la nostra stella polare e la programmazione a lungo termine un concetto esotico, relegato ai manuali di economia nord-europea. Ci entusiasma la sua rigorosità, noi che l’elastico delle regole lo tiriamo fino a farlo stridere, e poi, con un sorriso disarmante, lo molliamo dicendo “ma sì, dai, siamo italiani!”.
E che dire della sua costanza? Sinner macina ore di allenamento, ripete gli stessi gesti migliaia di volte, ricerca la perfezione con una dedizione quasi monacale. Noi? Noi siamo quelli che iniziano la dieta il lunedì e la finiscono il martedì a pranzo, quelli che si iscrivono in palestra a settembre e la mollano a ottobre per un’unghia incarnita. La costanza, per noi, è un concetto da applicare al consumo di caffè al bar o alla lamentela quotidiana sul traffico.
E poi, la forza mentale. Imperturbabile, concentrato, capace di affrontare i momenti di pressione con la freddezza di un chirurgo. Noi? Noi siamo quelli che al primo contrattempo si sbracciano, si disperano, maledicono il destino cinico e baro. La nostra forza mentale si misura nella capacità di trovare un parcheggio in centro o di saltare la coda all’ufficio postale senza farsi notare troppo.
Il cambio di prospettiva

Intendiamoci. L’amore per Sinner è genuino, la gioia per la sua vittoria è autentica. Il problema non è il tifo, ma il repentino cambio di prospettiva. È come se, di fronte a un individuo che incarna tutte le virtù che ci mancano, ci affrettassimo ad abbracciarlo non per emularlo, ma per appropriarci del suo successo, come se un po’ di quella disciplina, di quel rigore, di quella costanza potessero magicamente contagiarci per osmosi, senza il benché minimo sforzo da parte nostra.
E così, il carro del vincitore si riempie. C’è il politico che si congratula sui social, il commentatore sportivo che tesse le lodi del “nuovo corso”, il tifoso occasionale che scopre il tennis solo oggi e già si sente un esperto di rovesci e palle corte. Tutti uniti in un coro di giubilo, dimentichi delle critiche passate, delle lamentele sul suo carattere schivo, delle scommesse perse su altri talenti più “mediterranei”.
In fondo, siamo un popolo di poeti, santi e navigatori. Di tennisti, va da sè. Ed anche di opportunisti, diciamocelo. Opportunisti del successo, capaci di salire sul treno in corsa, sventolando bandiere che fino a un minuto prima tenevano ben ripiegate nel cassetto. Il paradosso è che ammiriamo in Sinner esattamente ciò che non siamo, ciò che non vogliamo essere nel quotidiano, ciò che spesso rifuggiamo con la scusa della nostra “creatività” o della nostra “fantasia”.
Festeggiamo ma con autocritica

E quindi, festeggiamo, certo. Ma con un pizzico di autocritica, un barlume di consapevolezza che il successo di Sinner non è un nostro successo per procura, non è un’assoluzione per le nostre piccole (o grandi) mancanze. È il successo di un ragazzo che ha lavorato duro, con metodo, con costanza, con una forza mentale che a molti di noi manca clamorosamente.
E mentre il carro del vincitore si allontana, portando con sé il nostro nuovo eroe, forse dovremmo chiederci: saremo capaci di imparare qualcosa da lui? O ci limiteremo ad aspettare il prossimo trionfo per saltare di nuovo sul carro, dimenticando, ancora una volta, chi siamo davvero e chi, forse, dovremmo impegnarci a diventare?
Basta farci del male

Eppure, dalle nostre parti — come in tante altre province italiane — è più comodo coltivare l’autodenigrazione. Si raccontano solo i fallimenti, si ingigantiscono i veleni (letteralmente, come nel caso della Valle del Sacco, che poi si è scoperto che invece non ci sono). Si perde tempo a piangere sulle fabbriche che chiudono e ci si dimentica di gioire per le nuove che aprono: il polo di Anagni è la nuova capitale della Logistica a Sud di Roma.
Nessuno guarda ad un territorio che non si accartoccia ma che reagisce e rinasce. Non è un caso se ad Anagni, per esempio, si è insediata una delle più grandi multinazionali del farmaco del mondo, Novo Nordisk, con un investimento da 2,5 miliardi. E nemmeno è un caso se Fincantieri ha scelto Cassino per il suo polo d’innovazione e ricerca sulle batterie. Ma si sa: meglio lamentarsi del passato che affrontare con lucidità il presente. Meglio guardare i problemi da lontano, come i tifosi da casa davanti a un match di Wimbledon, piuttosto che scendere in campo.

Allora sì, celebriamo Sinner, ma ricordiamoci che quel rigore, quella visione, quella determinazione non sono patrimonio esclusivo dei campioni solitari, bensì possono essere — e spesso sono — l’ossatura di una provincia che sa fare, sa prevedere, sa trasformare. Il problema è che quella provincia preferisce raccontarsi sconfitta, invece di riconoscersi nella propria resilienza. E allora il punto non è se ci siano altri Sinner in giro. Il punto è se saremo mai disposti a crederci, anche quando il boato dello stadio è lontano, e l’erba — come si dice — non è inglese, ma ciociara.



