La magia del ciabattino che curava le scarpe malate (di F.Dumano)

Fausta Dumano

Scrittrice e insegnante detta "Insognata"

di FAUSTA DUMANO
Scrittrice e insegnante
detta ‘Insognata’

 

 

Ricordi in bianco e nero… La filosofia dell’usa e getta, del facile consumismo, i ciabattini ed i calzolai li ha precocemente pensionati.

Nei miei ricordi di ragazzina, al centro di Arpino ce n’erano tre. E dall’archivio di Piero Albery è spuntato lui: il ciabattino che aveva dimora vicino un palazzo storico, quello del Cavalier d’ Arpino, all’ingresso di Fuoriporta, proprio vicino casa mia.

I ciabattini hanno alimentato non poco la mia fantasia sfrenata di ragazzina. Partiamo da lontano. In quella distesa infinita di scarpe ammalate, poteva essere finita una scarpa smarrita da qualche principessa… Superata la fase della scarpetta magica di Cenerentola, quei locali assunsero sempre un ruolo di magia e di mistero. Ad Arpino in quel tempo c’era un solo negozio di scarpe, lì trovavi una mamma ed una figlia, poi solo la figlia Nelluccia, il diminutivo le rimase pure quando divenne Nella.

Ricordi in bianco e nero… I ciabattini invece erano solo maschi. Le loro botteghe si trovavano in luoghi del mio passaggio: uno vicino casa, uno alla via vecchia, via dell’Aquila Romana, vicino casa della nonna, il terzo alla salita del colle vicino ad un muretto mitico, quello dello scivolo, detto scivurarella. Ah la poesia di quel dialetto che non so rendere.

Io da bambina, testa tra le nuvole, mi trovavo spesso allineata per terra, uscivano loro con il grembiule, ma anche con qualche arnese da lavoro. Claudio, Bettino e Lello. Le loro botteghe erano anguste, strette, però… ricordi in bianco e nero… erano luoghi di aggregazione. Non saprei dire se fosse perché la gente prima era più aperta, socievole…

Al livello della strada, porta sempre aperta, ricordo Claudio, ma anche Bettino seduto su una sedia bassa: lavorava posizionato davanti al ”bancariello”, credo venisse chiamato così quel tavolino quadrato. Una lampadina lo illuminava, quasi in ombra spuntavano scarpe da riparare e borse.

La mia fantasia veniva attirata da quell’incudine metallica a forma di piede rovesciato che lui si poggiava sulle ginocchia. Martelli, pinze, ma… ricordi in bianco e nero… quei chiodi tenuti tra i denti per comodità. L’odore della colla misto ad altri odori, quello dell’umidità era il preludio che guidava e alimentava la mia fantasia.

Anni ’70, arrivano le mitiche espadrillas, ah sapessi con che velocità si consumavano ad Arpino, camminando sui ciottoli arpinati. Portai a ”ripararle”si erano quasi sfondate, da Bettino. Le guardò e sospirando disse «queste manco San Velardino le ripara». San Velardino è un’ altra storia dei ricordi in bianco e nero.

I Ciabattini hanno ispirato gli artisti, ma anche gli scrittori. Il calzolaio di Vigevano si è meritato un romanzo di Mastronardi. Ricordi in bianco e nero, in quegli anni dicevi «poi passa mamma, poi passa papà a pagare». Con un gessetto sotto la scarpa veniva scritto il nome del proprietario delle scarpe, o meglio il cognome dei genitori, in quegli anni era diffuso: «a chi siè figl?»

 

Foto: copyright Archivio Piero Albery, tutti i diritti riservati

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