Il balcone (il Duro del weekend)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro


di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

L’ uomo in cammino porta con sé, saldamente stretta nella mano, una valigia. Ovunque egli vada non la lascia mai perché dentro vi custodisce storie antiche, strappi di vita dei quali spesso si libererebbe, se potesse, per non vivere nella nostalgia e nel rimpianto. Sebbene faccia il possibile per alleggerirne il peso, non riesce a buttare via nulla e più avanza, maggiormente quella valigia si riempie di ricordi, voci e volti lontani, così che negli anni diviene ancor più pesante. L’uomo si volta spesso, ha il desiderio di lasciare quel patrimonio di una vita in eredità ai figli e ai nipoti, con la speranza che il filo sottile della sua storia non si interrompa e si perda ogni traccia del suo passaggio.

Quando i ricordi affiorano ti senti come un emigrato che si è allontanato dalla terra dell’infanzia. Si cresce e si emigra nel mondo degli adulti, poi un giorno giunge il momento in cui si ha la sensazione di ritrovarsi all’estero senza essere mai partito. E’ allora che si avverte la voglia di tornare indietro, perchè una volta eri bambino. In fondo noi siamo uomini-bambini, l’uno porta per mano l’altro, insieme ed indivisibili percorriamo le vie della conoscenza.

Ogni volta che apro la mia valigia, vedo me stesso fanciullo sul balcone di Piazza Boncompagni, la più grande della città, quella delle manifestazioni politiche, culturali e religiose.

In quel luogo ho percorso oltre mezzo secolo di storia: nel dopoguerra una folla straripante si riuniva per il 1° Maggio, era un corteo chiassoso, che si snodava come un lungo serpente per le vie della città; ho visto gli scioperi degli operai delle fabbriche e i comizi elettorali, uno di seguito all’altro, fino a mezzanotte, con gli oratori che si alternavano sullo stesso camioncino. Durante i festeggiamenti civili in onore del SS Crocifisso, con i cantanti famosi, quelli di Sanremo, dal balcone mi sentivo importate, come il re sul trono che guarda tutti dall’alto.

Di Domenica, il mercato della frutta occupava ogni angolo, le inebrianti esalazioni si diffondevano nella piazza, erano odori sempre diversi con il cambiare delle stagioni, poi la fiera del giocattolo in prossimità della Epifania, Babbo Natale arriverà più tardi con i supermercati. Quando ero piccolo, il balcone che dava sulla piazza era per me un osservatorio del tutto particolare: le inquietudini, le preoccupazioni, i fermenti, la disperazione e la speranza. Gli umori di una città erano tutti palpabili all’interno di quello spazio, custode di una memoria collettiva, costruita attraverso lente stratificazioni.

“Glie Callarone”, era il palcoscenico dei giochi propri dell’infanzia. Quasi sempre, le sere d’estate si giocava a “Acchiapparella”, in cerchio si faceva la “conta” dalla quale usciva colui che doveva rincorrere gli altri, cercando di toccarne uno per trasmettere la così detta “puzza”. L’ infettato a sua volata era obbligato a trasferirla a un altro. Quel rincorrersi affannoso continuava alla stessa maniera, fino a quando si era stanchi o si veniva interrotti dal grido perentorio delle madri. C’era sempre chi restava nel guado del gioco e subiva l’onta di portarsi “la puzza” a casa. I bambini non fanno sconti, spesso sanno essere cinici e quindi tutti dietro a gridare “se porta la puzza alla casa… se porta la puzza alla casa… uh che puzza!” Non di rado si finiva in lacrime per l’offesa di portare addosso quella infamia che poteva “mondarsi” solo quando nei giorni successivi ci si riuniva per continuare il gioco.

Poi da grande … “Ci vediamo in piazza” e via tutti insieme si partiva con la macchina dell’amico che già aveva un lavoro, per altri luoghi da scoprire, vicini ma che sembravano lontani, proprio perchè nuovi. Al ritorno l’ultima sigaretta fumata di nascosto con la musica dei Beatles, diffusa dal mangianastri.

Ecco io sono nato e cresciuto in Piazza Boncompagni; osservavo quel grande teatro all’aperto, dove si scriveva la storia di una collettività, poi sono sceso ed ho affrontato la vita, guardandola sempre in faccia senza sottrarmi a nulla, cadendo e rialzandomi… continuamente.

In quella piazza, quando ero sindaco, ho parlato spesso alla mia gente, guardavo giù e vedevo gli amici di sempre, quelli dei giochi, tanto tempo era trascorso, ognuno di loro “portava saldamente stretta nelle mano una valigia”, poi in alto sul balcone, sorridente, il bambino che mi accompagna.

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