Il bambino soldato (Il Duro del week end)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

[dfads params=’groups=105&limit=1&orderby=random&return_javascript=1′]

 

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

  • Scrissi “Il Bambino Soldato” anni fa per un piccolo laboratorio teatrale in una scuola di Frosinone. A quel tempo, la guerra civile incendiava l’ex Jugoslavia (L.D.)

Emir percorre il sentiero che dalla collina conduce a casa; la primavera non mostra l’allegria dei suoi colori poiché la terra è arsa e la vegetazione ingiallita. Da lontano colonne di fumo rendono il cielo grigio e l’aria irrespirabile; colpi di cannone riecheggiano nella valle.

Emir è cresciuto con la guerra. Da troppo tempo gli uomini sono partiti ed i bambini e le donne li sostituiscono nel lavoro dei campi e nella cura degli animali.

Come in una folata di vento dall’alto della collina, scendono in fretta, cinque uomini armati; non indossano divise, ma il fare sospettoso fa supporre che si tratti di soldati di un esercito in fuga. Uno di loro, alto, magro e con gli occhi di fuoco si avvicina ad Emir . «Bambino col vento nei capelli, sei abbastanza grande per capire che la Patria ha bisogno di te! Non aver paura! La notte ti nasconderà, la montagna sarà il tuo rifugio segreto, il fucile il giocattolo preferito, vieni con noi!».

Emir trema, ha paura; l’uomo pone pesantemente le mani sulle tenere spalle. «E’ quasi buio debbo tornare a casa! Mio padre è lontano, mia madre, i miei fratelli, il mio gatto… tutti aspettano». Il soldato senza divisa pare non sentire ragioni: «Io sarò tuo padre, a me obbedirai, tua madre sarà la terra che difendi, i compagni di battaglia saranno i tuoi fratelli, il gatto si adatterà ad un nuovo padrone». Un altro, con voce ansimante e con tono perentorio si avvicina «Vieni con noi, non c’è tempo per crescere, il tempo non aspetta; sei già grande per distinguere il bene dal male. Vieni con noi ragazzo, scriveremo la storia». Quella del piccolo non vuol essere una replica ma una supplica a lasciarlo andare, la voce trema, il cuore batte forte. «Io non conosco il nemico, non so distinguere il buono dal cattivo, non so usare il fucile». Roteando l’arma che tiene saldamente in pugno ed avvicinandola al volto del bambino,l’uomo insiste, con voce ferma di comando «Vieni con noi, non sarà difficile imparare! Il nemico non ha volto, è quello che spara contro di te. Cattivo è colui che usa parole diverse dalle nostre. Io ti insegnerò a giocare con il fucile. Sali sulle mie spalle diventerai alto e grande, potrai osservare meglio la pianura, sarai la nostra piccola vedetta, farai attenzione a tutto ciò che si muove, sarai la nostra vigile sentinella».

Il bambino, costretto, li segue. La notte si incontra con il giorno colorando il cielo di rosso. Tutti insieme si avviano lungo il pendio: cantano come se andassero ad una festa; “ Cigani… Juriš! Boom, boom, boom, boom, boom …. kutz, kutz ehy ja. Boom, boom, boom, boom, boom … Kana hi naj kutz, kutz ehy ja … Devla, mi dzav te mange ando for? Jek bar?.. Kalašnjikov! …Kalašnjikov!.. Kalašnjikov!” (Zingari… All’attacco! Bum, bum, bum, bum, bum … Quattrini, quattrini, ehi, ja. Bum, bum, bum, bum, bum … Quando non ci sono quattrini, ehi, ja .. Dio, devo andare a cercare in città? … Kalashnikov! … Kalashnikov! … Kalashnikov!), una canzone che sembra un triste presagio.

Raffiche di kalasnjikov, dall’alto della collina, colpiscono il gruppo di soldati senza divisa; qualcuno fugge, altri ed il bambino restano a terra. Prima di cadere Emir vede sua madre, disperata, che allunga le braccia, quasi a proteggerlo, ode il vociare dei fratelli che giocano con il gatto, il padre lontano che gli accarezza la fronte, poi chiude gli occhi e tutto è buio. Una bianca colomba, grande come un angelo, volteggia nell’aria, si posa e avvolge con le sue ali Emir che si rianima lentamente e come risorto si alza da terra. “Il mio nome è Emir Multinovic sono nato in un piccolo villaggio vicino Mostar in Bosnia-Erzegovina… che strano, sono stato colpito da un cecchino bosniaco mentre ero sulle spalle di un soldato croato. Non ho avuto il tempo di capire quale fosse la parte sbagliata, ma una cosa mi è chiara: La guerra è profondamente ingiusta e i bambini non debbono morire ammazzati. Spero che il mio gatto abbia un nuovo padrone che gli dia da mangiare… ma forse i gatti non hanno padroni e mangiano senza ringraziare…”

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright