Il pomeriggio in cui John Martyn si allungò sul mio divano

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Quel pomeriggio di un caldo agosto qualcuno suonò alla porta di casa. Il mio bambino andò ad aprire e corse verso di me: «C’è un uomo, mi pare un musicista, sta giocando con Tex». Quell’uomo era John Martyn, Tex il cucciolo di boxer che avevo da poco regalato ai miei figli.

John aveva suonato al Liri blues Festival nel luglio del 1990. Un’esibizione memorabile in una giornata difficile. Aveva bevuto fino al collasso e dovemmo chiamare un medico per metterlo in piedi e garantire il concerto al numeroso pubblico che affollava la piazza. Quando salì sul palco sembrò che nulla fosse accaduto, la sua mente aveva cancellato tutto. Incominciò con un lento blues tirando le corde della chitarra fino all’inverosimile. Quel suono liquido e leggero invase la piazza e suscitò l’interesse e la curiosità di un’attenta audience. Poi un incalzante arpeggio fornì alla voce un’ottima base su cui improvvisare.

Aveva una vocalità unica: note basse che parevano provenire da una triste festa di compleanno, finita male per un uso smodato di alcool. Poi improvvisamente, come un fuoco che covava sotto la cenere, esplodeva altissima fino a squarciare il buio della notte. Diveniva uno strumento, a volte un sax o una tromba. Poi unita alla chitarra, duplicata e distorta dagli effetti sonori, un’orchestra di free jazz.

Mai avevo ascoltato dal vivo qualcosa di simile. Continuò ininterrottamente per oltre due ore. C’era una magica atmosfera, nemmeno un mormorio disturbò quel concerto, il tempo sembrò fermarsi. Il pubblico aveva ancora voglia di musica. Eseguì altri tre brani e stanco scese dal palco. Non volle essere protetto dal servizio d’ordine, si unì ai ragazzi e bevve birra fino al mattino.

Quando un mese dopo lo vedevo adagiato sulla poltrona di casa, non sembrò vero. John Martyn uno dei grandi, era venuto a trovarmi per ringraziare delle attenzioni che avevamo avuto nel fargli recapitare ad Edimburgo una valigia dimenticata in hotel.

Autografò i suoi dischi della mia collezione e poi con l’amico Gianni salimmo in macchina per un giro turistico della Ciociaria. John era un uomo colto e sensibile ed amava conoscere i posti dove suonava. Volle sapere tutto della mia città, della sua storia operaia e delle lotte sindacali.

Mentre le domande erano sempre più incalzanti scorreva nel mangianastri un best vario di miei brani preferiti tra i quali Poor Boy di Nck Drake. Ammutolì. I suoi occhi divennero improvvisamente umidi ed ascoltò senza dire nulla. Ci sembrò indelicato fare domande. Fu lui stesso a raccontarci di aver vissuto, all’inizio della sua carriera, nello stesso appartamento con Nick Drake e di aver condiviso con lui sogni ed aspirazioni. Non si faceva una ragione per il suicidio dell’amico. Non trovava una spiegazione ad un atto così estremo. La loro vita sembrava felice e quella casa era un laboratorio in cui transitavano i più grandi musicisti dell’epoca, quelli che troviamo negli album di Nick Drake ma anche nei primi di John. Non si dilungò molto perché quella tragica scomparsa lo aveva segnato e la ferita, nonostante il tempo, era ancora viva e sanguinava.

Tentai in epoche successive di includerlo nel cast del festival ma non fu più possibile. Tornò una seconda volta a casa di Gianni. Sembrò in ottima forma, era dimagrito ed indossava un elegante vestito grigio di fattura italiana.

Anni dopo Jacqui Mcshee mi disse che non stava bene e che gli avevano amputato una gamba ma ancora teneva concerti, era un grande musicista e la menomazione non gli impediva di esprimersi ai suoi livelli. Suonava seduto sulla sedia a rotelle, era molto ingrassato e scherzando diceva: «Se avete bisogno di un lottatore di sumo che sappia suonare la chitarra e cantare, sono qui». Cercammo di metterci in contatto ma aveva cambiato casa e telefono ed il manager italiano fu restio a darci i suoi recapiti.

Se n’è andato per sempre il 28 agosto 2009 così come Nick Drake, Hendrix, Janis e Morrison. Sono convinto che John Martyn avesse lentamente preparato il suo addio, l’alcool era la sua micidiale medicina contro le paranoie di un mondo troppo piccolo per lui.

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