La Vespa, la Lambretta e una Ciociaria che non c’è più (Il Duro del weekend)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Lo vedo ancora quel giovanotto, sulla sua Lambretta, con il motore modificato, correre veloce come una freccia, lungo Corso Roma illuminato dalla tenue luce dei lampioni. Ed io, nascosto dietro la finestra, provavo ammirazione per quel ragazzo che sembrava cavalcare, fiero, un nervoso puledro con destrezza e coraggio. Ricordo ancora le sue scorribande e il passaggio davanti al bar, con gli amici ad applaudirlo. Meravigliati e stupiti come se transitasse, sulla sua “Gilera 500”, il mitico Masetti, il pilota acrobata e mattatore con il fascino dell’attore.

La Vespa invece i miei occhi di bambino la vedevano come l’emblema della famiglia, il mezzo di trasporto per le gite in collina: la donna dietro, saldamente aggrappata ai fianchi del marito ed il bambino davanti, stretto tra le ginocchia del padre, insieme alla borsa con il pasto da consumare.

Ma nel 1953 il film di William Wyler “Vacanze Romane” rese famosa in tutto il mondo la Vespa. Le rapide escursioni, in una Roma da sogno di Gregory Peck e Audrey Hepburn fecero di quel veicolo a due ruote il desiderio di tanti. Nella Londra degli anni ’60 i “Mods”, giovani elegantemente vestiti, guidavano Lambretta e Vespa, gli scooter italiani erano i simboli che si contrapponevano ai “Rockers”, il cui mondo ricordava quello di Marlon Brando in “The Wild One”, giubbotti di pelle e in sella a motociclette di grossa cilindrata.

In Italia ci si divideva in “Vespisti e Lambrettisti”. C’era la stessa rivalità nata tra Coppi e Bartali, ognuno era convinto che l’una fosse migliore, più affidabile e comoda dell’altra.

Lo zio Antonio sosteneva che la Lambretta fosse meccanicamente robusta, più avanti nella tecnologia, con quella forma snella ed un telaio che coniugava praticità e solidità, inoltre necessitava di poca manutenzione ed il consumo era contenuto. La Vespa aveva una estetica che affascinava, al di là dell’aspetto tecnico, con le curve al posto giusto, inevitabilmente allusive, oserei dire sexy. Per lo zio Antonio, invece, quel posteriore, così voluminoso somigliava al deretano di una vecchia e grassa signora, avanti con gli anni.

Mio padre la preferiva, soprattutto perchè per lui cacciatore era più comoda. Lo ricordo ancora, doppietta a tracolla, borsa militare ancorata al portapacchi, applicato davanti al manubrio. E Fritz, il “Setter Gordon” nero, addestrato a sedersi davanti, fermo come una statua tra le gambe serrate del guidatore.

La Lambretta e la Vespa, nell’Italia della ricostruzione, lanciata verso il boom economico, con le auto viste ancora come un miraggio, divennero la volontà di rinascita, dopo la tragedia della la seconda guerra mondiale. Erano oggetti di culto, miti assoluti delle due ruote. Un prodotto di raffinato artigianato, opere d’arte che transitavano sull’asfalto, in un insieme di tecniche rivoluzionarie e gusto estetico.

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