E’ arrivato l’arrotino (il Duro del weekend)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Un richiamo, quasi un grido che risuonava nei vicoli : “ E’ arrivato l’arrotino! “.

Io me lo ricordo, un omino di bassa statura e di mezza età, ma forte e vigoroso, come il tronco della quercia. Nessuno ha mai saputo da dove venisse, giungeva su una bicicletta, modificata sul davanti con l’applicazione di una mola ancorata sopra il manubrio e collegata ai pedali, in maniera autonoma, con una cinghia di trasmissione. Dietro, una scatola di legno dove riponeva alla rinfusa gli oggetti del suo lavoro. Sul manubrio aveva posizionato un’asta di metallo dalla quale pendeva un barattolo, bucato nel fondo, che sgocciolava acqua sulla mola, una sorta di rubinetto dosatore che raffreddava e fungeva da lubrificante.

Le donne accorrevano perchè in casa c’era sempre qualcosa da affilare; i coltelli, specialmente quello grande per il pane, e le forbici. I falegnami del centro storico attendevano per una messa a punto delle pialle e degli scalpelli.

L’arrotino, fermava quella strana bicicletta, scendeva e con il piede faceva uscire un robusto cavalletto che rialzava le ruote da terra, poi indossava un paio di grandi occhiali per proteggere il viso da eventuali scintille. Completavano l’abbigliamento: una giubba blu come il pantalone ed un cappello con visiera, dal quale pendevano lunghi copri orecchie.

Sembrava, nella fantasia del bambino, Tazio Nuvolari alle prese con le strade polverose delle “Mille miglia”, così come si vedeva nella “ Settimana Incom” al “Premiato Cinema Liri”, tra il primo e il secondo tempo del film. Imprimeva ai pedali una forza incredibile per un uomo così piccolo, azionando la sola pietra con abili movimenti, ben ritmati e continui, poi con gesti, quasi cerimoniosi delle mani, passava l’utensile fino a che la lama non diveniva tagliente e se ne assicurava percorrendola delicatamente col l’indice sul bordo. Vederlo mulinare le gambe e lavorare, concentrato con le mani sulla mola, era uno spettacolo.

I bambini gli si facevano intorno, ma lui li ricacciava indietro in maniera autorevole, perchè diceva: “qualche scintilla potrebbe cercavi un occhio”. Non c’era verso di allontanarli, tale era l’ammirazione e l’attenzione per quell’omino che era un tutt’uno con la bicicletta, un prestigiatore che rendeva lucido anche un ferro vecchio.

Tutto si poteva aggiustare, nulla era da buttare, infatti alla professione di semplice molatore, univa anche riparazioni agli ombrelli o sistemava una pentola che aveva perso qualche manico, metteva a posto i giocattoli di latta a corda, li apriva e riposizionava le molle e gli ingranaggi.

Ricordo che modificò anche la mia piccola bici, mia madre era stufa di vedermi sempre rientrare, piagnucolante, con le ginocchia sbucciate, ero troppo piccolo e poco abile su quella biciclettina. La fece diventare un velocipede aggiungendo, alla grande posteriore, due ruote piccole recuperate da un vecchio triciclo, si era preso del tempo e ingegnoso com’era quando tornò portò la soluzione già pronta per l’applicazione.

L’arrotino era un artista di strada, celebrava un rito, una rappresentazione del teatro popolare di cui lui era unico attore, meticoloso e professionale. Arrivava, presto, nel pomeriggio e si congedava alle prime ombre della sera, d’inverno e d’estate. Sarebbe tornato, non diceva quando, aveva una vasto territorio da coprire e il da fare era tanto. Di lui restava l’odore del metallo bruciato che si spandeva nei vicoli e ti restava addosso.

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