La leggenda del pettirosso (il Duro del weekend)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore
 
 
Amo raccontare favole ai bambini, alcune le scrivo di notte, altre le raccolgo strada facendo, talune le ricordo, quando nei freddi pomeriggi d’inverno, mia nonna radunava davanti al camino i nipotini e seduta su una bassa sedia di paglia raccontava storie di tempi passati, erano così avvincenti che tutti eravamo protesi all’ascolto, con il fiato sospeso. Serate magiche che si interrompevano solo quando dovevamo tornare a casa.

La nonna era di origine napoletana, la sua era una famiglia benestante di orafi, avvocati e alti prelati, aveva studiato fino alle “sesta” e per quei tempi, ai primi del ‘900, frequentare la sesta classe era un raro privilegio, in un’Italia dove l’istruzione era riservata solo agli uomini. Le donne venivano educate ai lavori domestici, con l’obbligo di sposarsi ed avere figli.

Era una donna energica, che durante la grande guerra, con gli uomini lontani, al fronte, guidava persino il tram ed aveva una autorevolezza derivata dall’esigenza di educare quattro figli dopo la prematura scomparsa del nonno. Non saprei perchè si trasferì ad Isola del Liri, sicuramente per seguire il marito, uomo austero, di bell’aspetto, venditore di stoffe e tappeti che aveva conosciuto giovanissima, un grande amore, al quale era rimasta sempre fedele. La ricordo vestita di nero, lunghi capelli bianchi raccolti a “cipolla” sulla nuca, una bellezza interiore che traspariva all’esterno ed incuteva rispetto.

Il suo era un baule ricco di storie, conosceva, “Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille”, il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari, raccolte dal letterato e scrittore partenopeo Giambattista Basile, un’opera del ‘600, di cui custodiva gelosamente una vecchia edizione in dialetto napoletano molto antico, che solo lei capiva. Ricordo tra le sue storie che spesso narrava “La Gatta Cenerentola” che rincontrai da grande in una trasposizione teatrale di Roberto De Simone e “La Nuova compagnia di Canto Popolare”.

Oggi difficilmente si raccontano fiabe, ognuno corre frettolosamente per strade diverse, non c’è mai tempo e la fantasia dell’adulto è talvolta un ramo secco che pende dal grande albero. Non di rado vado nelle scuole elementari, non è vero che siano vecchie e sorpassate, le fiabe devi saperle raccontare, creare l’ atmosfera per catturare l’attenzione. Nell’aula scende il silenzio, nulla interrompe quell’attento ascolto, guardano ogni tuo movimento e osservano la bocca quasi a sollecitare le parole, gli occhi si spalancano come fari che illuminano, poi quando la storia termina ne chiedono ancora un’altra e se non puoi ti supplicano di tornare. Qualcuno dirà che i bimbi di oggi, hanno altro con cui intrattenersi, giocare e trascorrere il tempo, c’è la televisione, i videogiochi, il computer. Non è esattamente così, il guaio è che spesso li trattiamo come adulti. 

Raccontare fiabe è un prezioso momento da condividere, con i nostri bambini, hanno qualcosa di magico, ricordo che quando la nonna le narrava volavo con la fantasia in mondi prima sconosciuti, mi immergevo in avventure con personaggi immaginari e sognavo ad occhi aperti.

Il Natale si avvicina, la nonna ci narrava spesso una fiaba natalizia “La leggenda del pettirosso”. Non saprei da dove provenisse ma aveva il sapore di storie antiche. La trascrivo così come la ricordo, affinchè possiate raccontarla ai vostri piccoli. 

A Betlemme faceva un freddo, ma così freddo che il becco aguzzo del piccolo, insignificante e solitario uccello marrone a stento riusciva a fendere l’aria gelida e spessa. Aveva bisogno di un riparo sicuro, la neve cadeva fitta e copriva gli alberi e i campi. Improvvisamente comparve la stella più splendente del sole che illuminò il buio della notte e guidò l”uccello in una stalla, rischiarata e riscaldata da un fuoco debole ed incerto. All’interno coperti da abiti, consumati,da un lungo uso, un uomo e una giovane donna, che stringeva tra le braccia, per proteggerlo dal freddo, “’o piccirillo” appena nato.

Non senza timore si aggrappò alla trave più alta. La notte, mentre la famiglia dormiva, l’uccello notò che il fuoco che li scaldava stava per spegnersi. Così, per tenere calda “a crijatùra” , volò verso le braci e mosse le ali freneticamente, da principio sembrò che il suo cuore scoppiasse dalla fatica, ma più il tempo trascorreva ancor più si sentiva rinvigorito e le sue ali furono il soffio benefico che rendeva la fiamma sempre viva. All’alba una lunga fila di visitatori giunse alla stalla, ognuno portava un dono al bambino, che sveglio sorrideva a tutti. Doveva essere davvero importante! Il piccolo uccello marrone di fronte a quel sentimento di profondo rispetto e devozione, incuriosito, volò vicino al neonato che aveva protetto dal freddo della notte. Il piccino alzò un ditino ed accarezzò il suo minuscolo petto che come accesso divenne rosso brillante.

La leggenda narra di un uccellino dal petto luminoso come la fiamma di un fuoco ardente, che illuminava quell’umile capanna alla stessa maniera di una grande luce.

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