Quel giorno che Nino Manfredi cantò coi bimbi di Isola del Liri

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Il 4 giugno 2004 moriva Nino Manfredi. Nessuno gli ha dedicato una riga o un evento. Invece avrebbe meritato ben di più. A commemorarlo per Alessioporcu.it è il nostro ‘cantastorie’ Luciano Duro

 

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Nel 2002 Nino Manfredi venne due volte ad Isola del Liri, aveva scritto una favola dal titolo “Il Merlo Bianco” e prima di pubblicarla voleva porla all’attenzione degli alunni delle elementari.

Non scelse scuole di una grande città poiché riteneva che i nostri bambini fossero più spontanei e veri. Incontrò le maestre e si intrattenne con i piccoli, lasciò poi alcune copie del suo scritto con la promessa che sarebbe tornato per conoscere cosa ne pensassero e per accogliere anche eventuali loro suggerimenti.

Fu di parola, tornò prima della chiusura dell’anno scolastico e per l’occasione le maestre allestirono uno spettacolino in suo onore presso l’auditorium comunale. Nino cantò con i bambini “Tanto pe’canta’”, la canzone di Petrolini che lui aveva portato al successo, e fu un ridere e divertirsi, grandi e piccoli. Poi fecero le domande e diedero anche qualche idea per integrare la storia. Si dimostrò entusiasta, portò con sé i disegnini ispirati alla favola e la sua segretaria trascrisse ciò che era stato suggerito. Alla fine ci recammo tutti, il dirigente Torni, le maestre ed io al ristorante. Osvaldo volle che fossi seduto vicino all’attore e fu facile quindi conversare con lui di cinema e di teatro.

Nino non aveva dimenticato le sue radici, era nato a Castro dei Volsci da un’umile famiglia contadina e in estate ancora ragazzo trascorreva intere settimane con il nonno, che adorava, e lo aiutava nei lavori dei campi. Mentre raccontava del nonno i suoi occhi erano umidi e il solo ricordo lo commuoveva, Saturnino lo chiamava, che poi era il suo vero nome, da quel vecchio uomo aveva imparato le cose essenziali, attraverso una filosofia di vita che sapeva di “terra arata e sacrificio”. Il padre, maresciallo dei carabinieri, aveva sognato per lui un futuro di avvocato e per non deluderlo si era laureato, anche se tardi, in giurisprudenza mentre contemporaneamente frequentava l’accademia nazionale di arte drammatica.

Fu inevitabile che parlassimo di cinema, non aveva una grande stima per gli attori contemporanei, e come poteva? Lui che era cresciuto artisticamente insieme a Mastroianni, Sordi, Gassman, Panelli, Tognazzi e di ognuno raccontava aneddoti. Di Mastroianni disse: “Lo hai mai visto nei suoi film in costume da bagno o in una scena d’amore in mutande? E sai perché? Aveva le gambe sottili”.

Definì Panelli grandissimo, trascurato dai registi, che non gli avevano mai proposto ruoli adeguati alla sua bravura. Di Tognazzi ricordava la sua strepitosa performance in “Straziami ma di baci saziami”, diretto da Dino Risi, di cui lui era coprotagonista, l’altro si esprimeva a fischi e a gesti, “Un’interpretazione di Ugo che in America sarebbe stata sicuramente premiata con l’oscar”.

Era stato interprete di tanti film che hanno fatto la storia ma ciò che custodiva gelosamente nel cuore era Geppetto nel Pinocchio televisivo di Comencini. In principio rifiutò, era ancora giovane e non voleva interpretare la parte di un vecchio e malandato falegname, ma fu convinto dal regista: “Non c’è nessuno al mondo come te che sappia parlare ad un pezzo di legno”.

Parlammo anche di quella sua partecipazione in TV a “Canzonissima” nel 1959, in cui ebbe un grande successo di pubblico, era un barista di Ceccano, la cui battuta “Fusse che fusse la vorta bona” entrò nel gergo popolare. Ricevette allora tante offerte per film ridicoli del tipo “Ninetto il Ciociaretto” ma le rifiutò tutte, aveva altri e superiori obiettivi artistici, ma anche perché grande era il rispetto per le sue origini e per la terra natia, non voleva che ne fossero ridicolizzate la cultura, le antiche tradizioni e l’ingegnosità di un popolo che amava.

Passammo una piacevole giornata, Nino era molto stanco e già malato, la segretaria lo imbottiva di pillole, sembrava più un’infermiera che una collaboratrice.

Prima di congedarci, con una gran faccia tosta, gli proposi di fare con i bambini un adattamento teatrale del “Merlo Bianco”. Mi guardò a lungo negli occhi, aveva saputo che tenevo laboratori nelle scuole. “Mi fido di te – disse – anzi facciamo così, mandami la sceneggiatura, prepara tutto e interpreta la parte del nonno, quando ci sarà la rappresentazione concordiamola, verrò di sorpresa e ti sostituirò sul palcoscenico, ma deve essere una sorpresa».

Ci scambiammo i numeri telefonici, mi raccomandai «Nino, non mi lasciare da solo perché poi sul palco dovrò andarci io». Mi rassicurò e sembrò sincero, era rimasto emotivamente colpito dai nostri bambini, voleva in qualche maniera far loro un regalo e renderli felici. Ci lasciammo con un lungo e caldo abbraccio.

La sua salute peggiorò nei mesi successivi e non ebbi il coraggio di telefonare per inviargli la sceneggiatura, non fece in tempo a pubblicare la sua favola, se ne andò per sempre qualche anno dopo, era il 4 giugno del 2004.

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