Viaggiavamo sul Settebello, il treno dei desideri (di V.Macioce)

Vittorio Macioce

Il Giornale - Caporedattore

di VITTORIO MACIOCE
Giornalista Scrittore
Capo Redattore Il Giornale

 

 

Sono gli anni in cui canta Buscaglione e alle ragazze di paese piace molto Rabagliati. Tutti sembrano aver fretta di dimenticare la guerra, perché ancora se la sentono sulla pelle, e non sanno che quella maledetta storia se la porteranno dietro rancida e marcia per tutta la vita.

Poveri ma belli, come li vede Dino Risi, con il volto di Renato Salvatori e Marisa Allasio. Non importa se l’orizzonte è di cartapesta e segnato dalle macerie.

Il futuro è un telo bianco dove c’è spazio per scrivere e non dà angoscia e non fa paura. È una scommessa per cui vale la pena sporcarsi le mani. È un’autostrada che attraversa l’Appennino e che porta dalla nebbia al sole. È un futuro da sognare e immaginare e non fai in tempo a sussurrarlo che già ti sta alle spalle. È un futuro che corre. Non fai neppure in tempo ad avere nostalgia.

Si soffre ma ne vale la pena, perché quello che accade è comunque meglio di ieri.

C’è questa cosa, per esempio, che non è più solo una consuetudine da gran signori. La chiamano ancora villeggiatura. Non tutti possono permettersela, ma pensarci non è più peccato. Quella che sta arrivando è la modernità magari un giorno non sarà solo per pochi. Ci sperano. Si danno da fare. La guardano passare.

La modernità in quegli anni Cinquanta viaggia da Milano a Roma in più o meno sei ore. È alta velocità e quando trova campo libero sfiora i 160 all’ora, ma da Bologna a Firenze si deve adattare ai 110. È il treno dei desideri. È l’elettrotreno rapido 300 o Etr 300, battezzato nel 1953, ma nessuno in realtà lo conosce con questo nome da ingegneri. Gli operai lo hanno battezzato Settebello, come la carta da gioco, e per tutti si chiamerà così.

Ce ne sono soltanto tre, ma davvero sono una meraviglia. Sette convogli, con 190 posti di sola prima classe, e c’è il bar e la carrozza ristorante e ci si sta come in salotto. Fuori ha il muso bombato. Sembra un jet. Quelli della Breda ne sono davvero orgogliosi. Lo usano perfino per le sfilate di moda.

John Bainbridge, firma del New Yorker, nell’aprile del 1963 racconta che è come viaggiare sull’Orient Express al tempo del suo splendore. Il biglietto di solo andata non è certo a buon mercato, 14.000 lire, un caffè costa 50 lire e un litro di latte 90, un operaio guadagna 47mila lire al mese e se vuoi andare al mare un giorno di pensione completa a Rimini sta sulle 600 lire. Il treno comunque è sempre pieno.

Bainbridge racconta di una signora con pelliccia bianca e grandi occhiali scuri che scivola silenziosa davanti al suo amante e di un prete che guarda la coppia clandestina con severo sospetto. Quel giorno il menù del capocuoco Vitorelli consiglia prosciutto, insalata caprese, risotto alla milanese, vitello al vino bianco, zucchine, formaggio, frutta fresca e caffè. Bainbridge apprezza in particolare un Chianti del ’59, scelta, dice, particolarmente felice.

Una moglie vede partire il marito con la faccia da commendatore. Un facchino canta innamorato una canzone di Neil Sedaka. «La terza notte di luna piena, fa ritrovare gli amori perduti. Stanotte spunta la terza luna, t’aspetto amore sul lungo mare».

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