Soldato, prigioniero, naufrago e deportato in una sola notte. La rocambolesca storia del sergente maggiore dell’Esercito Antonio Pisani partito per la Grecia e ritrovatosi sotto i bombardamenti di Berlino. “Mio padre solo un soldato italiano”.
Ad 80 anni dalla storia non c’è neanche più la rabbia negli occhi del figlio, mentre guarda le foto di suo padre in divisa. Osserva quell’immagine in bianco e nero e scuote la testa: ”Il tradimento dell’armistizio, il naufragio, la prigionia a Berlino ne hanno segnato l’esistenza, anche se è tornato a casa”. Perché la guerra resta dentro, scatena incubi, crea un costante stato di attenzione che non lascia mai tranquilli. Oggi lo chiamano ‘sindrome da stress post traumatico del combattente‘.
Ma a quell’epoca nemmeno si immaginava: la guerra doveva essere virile, me ne frego di morire cantavano gli arditi. Antonio Pisani non era un esaltato in divisa, era un uomo del suo tempo, che dall’inferno della Seconda Guerra Mondiale rientrò “altrimenti io non sarei qui a raccontarvi questa storia, essendo nato nel 1951”.
Quelli come Pisani che dissero no ai tedeschi

Il figlio Enzo riporta alla luce una vicenda triste, di un’Italia povera, senza punti di riferimento: la storia del sergente maggiore Antonio, suo padre. Nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 1944 , il piroscafo norvegese Oria salpato da Rodi si inabissa a largo dell’isola di Patroklos nell’Egeo con a bordo 4153 soldati italiani, diventati
prigionieri perché si erano rifiutati di aderire al nazismo. Una domanda che venne fatta a tutti i militari sorpresi dall’otto settembre ’43 e lasciati nelle mani di due nemici (quelli che lo erano fino al giorno prima, ma in una notte erano diventati gli alleati e quelli che fino al giorno prima erano compagni d’armi sotto la bandiera del Reich ed ora erano nemici).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conclusione della campagna del Dodecaneso, i tedeschi disposero il trasferimento via mare di decine di migliaia di prigionieri italiani che non vollero continuare la guerra con i vecchi alleati. Dall’isola di Rodi vennero allora avviati verso i campi di prigionia sul continente. I viaggi avvennero spesso su navi mercantili inadatte al trasporto di persone, sovraccariche oltre ogni limite e prive di misure di sicurezza. Molti di questi convogli andarono perduti, colpiti dagli Alleati o vittime di incidenti, causando la morte di circa 15.000 soldati.
Il naufragio dell’Oria

Tra le imbarcazioni impiegate vi fu anche l’Oria. L’11 febbraio 1944 salpò da Rodi diretta al Pireo, scortata dalle torpediniere TA 16, 17 e 19, con a bordo 4.046 militari italiani internati (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3885 soldati), 90 soldati tedeschi e l’equipaggio. Il giorno successivo, sorpresa da una violenta tempesta, la nave naufragò schiantandosi contro l’isolotto di Patroclo, nei pressi di Capo Sunio. I soccorsi, rallentati dal maltempo, giunsero solo il giorno dopo e riuscirono a salvare pochissime persone; la stragrande maggioranza dei passeggeri perse la vita.
Nell’urto con gli scogli morirono 4116 soldati italiani: ”Se ne salvarono solo 37 – racconta Enzo Pisani – Papà mi raccontò con estrema lucidità quegli attimi interminabili. Tutti i soldati rimasero intrappolati nella stiva e per loro non ci fu scampo. Solo per un caso mio padre si trovava a poppa, e proprio quella parte della nave non era stata distrutta dall’impatto contro gli scogli e dove i sopravvissuti riuscirono ad aggrapparsi. Mio padre si salvò anche perché sapeva tenersi a galla allenato a nuotare nel fiume Liri. I naufraghi rimasero aggrappati per due giorni ai rottami, finché non furono recuperati dai soccorsi tedeschi”.
La deportazione in Germania e la guerra in Grecia

Gli occhi lucidi di Enzo accompagnano il racconto con date ed avvenimenti come fotogrammi in bianco e nero: ”Quei ragazzi non erano andati in vacanza, avevano scelto con coraggio di servire la Patria – ha continuato Enzo – Ma dopo l’8 settembre del 1943, furono fatti prigionieri e imbarcati su navi di fortuna come sardine per essere deportati in Germania per essere utilizzati come IMI (internati militari italiani) contravvenendo al trattato di Ginevra, utilizzati ai lavori forzati”.
Facevano parte dell’Esercito che fu mandato alla conquista della Grecia. Al sergente maggiore Antonio Pisani fu affidato un avamposto a Rodi che si affacciava verso le coste Turche. Ironia della sorte papà Antonio racconterà al figlio di non aver mai sparato un solo colpo dal suo fucile durante il conflitto mondiale.
Una volta deportato a Berlino visse di stenti. Il primo lavoro fu da manutentore alla rete ferroviaria tedesca. Dormiva in delle stalle per maiali, non aveva da mangiare, riusciva a a malapena a prendere qualche patata data in pasto agli animali. Come secondo lavoro andò meglio, il panettiere e qui riuscì a sopravvivere. Poi fu inviato ad una cartotecnica dove lavorò come operaio, sotto le dipendenze di un imprenditore tedesco che conosceva Isola del Liri per aver visitato le sue cartiere. Riuscì a sopravvivere ai bombardamenti di Berlino scappando da un rifugio all’altro.
Il ritorno in Italia, la famiglia ed il lavoro

Rientra in Italia dopo 18 mesi di prigionia e torna nella sua casa di Contrada Pagliarola, alle spalle della stazione ferroviaria di Isola del Liri. Si innamora di una ragazza di Arpino, che sposerà il 2 febbraio 1947. Dal loro matrimonio nello stesso anno nascerà la loro primogenita Anna e nel 1951 Enzo.
In campo lavorativo Antonio ci sapeva fare, viene assunto nel 1946 come operaio specializzato alla Cartiere Meridionali di Isola del Liri, dove resterà sino al giorno del suo pensionamento nell’autunno del 1970. Non smetterà di lavorare neanche dopo un grave infortunio. Nel 1961 fu investito da un’auto e gli fu amputata la gamba sinistra, rimanendo in coma per 30 giorni.
Morirà ad 88 anni nel 2004: ”Mai nessun riconoscimento militare per mio padre – conclude suo figlio Enzo – Era solo un soldato dell’esercito italiano che ce l’ha fatta da solo, una storia come ce ne sono state tante per chi l’ha potute raccontare. Per me era semplicemente un Eroe”.



