Berlinguer conteso: se Meloni parla alla sua memoria meglio della sinistra

Nel quarantaduesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, Giorgia Meloni torna a rendergli omaggio. Più che il tributo della premier, colpisce l’incapacità della sinistra di custodire e raccontare una figura che oggi viene evocata con efficacia dai suoi avversari.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

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Quarantadue anni dalla morte di Enrico Berlinguer. E Giorgia Meloni è puntuale come un orologio svizzero. Post all’alba, parole di rispetto, citazione di Almirante che rese omaggio al feretro del suo avversario

Tutto eseguito con quella disinvoltura che, ormai, è diventata una cifra stilistica della premier: appropriarsi dei simboli altrui con più naturalezza di quanto i legittimi eredi sappiano fare con i propri.

Giorgia Meloni (Foto: Leonardo Puccini © Imagoeconomica)

Perché il punto non è Meloni. Il punto è la sinistra italiana, che ogni volta assiste a questo rito con un misto di fastidio e impotenza, senza riuscire a decidere se indignarsi o rivendicare. La risposta giusta sarebbe né l’una né l’altra: sarebbe chiedersi come mai la presidente del Consiglio più a destra della storia repubblicana riesca a evocare Berlinguer con più efficacia narrativa di chi ne dovrebbe custodire la memoria.

La visita alla mostra del Testaccio, il quadro di Guttuso prestato per Palazzo Chigi, il rapporto coltivato con Ugo Sposetti (ex tesoriere di Botteghe Oscure) sono mosse di una coerenza politica sottovalutata. 

Meloni non sta tradendo i suoi valori: sta dimostrando che la destra italiana ha finalmente imparato a fare quello che la sinistra faceva un tempo, ovvero costruire un’identità nazionale che contenga anche l’avversario sconfitto.

Berlinguer non sarebbe d’accordo. Ma avrebbe apprezzato la mossa.

Senza Ricevuta di Ritorno.