Destinazione errore: quando l’algoritmo ci manda dall’altra parte del mondo

Un volo per Houston che finisce a Tokyo diventa il simbolo della nostra fiducia cieca nella tecnologia. Tra scanner, app e controlli automatici, scopriamo che l’ultima vera garanzia resta l’attenzione umana.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

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Fiducia automatica

C’è una fiducia quasi religiosa che accompagna ogni nostro passo quotidiano. Scanner, codici a barre, app, notifiche push: se il sistema dice che è tutto a posto, dev’essere vero. E noi, fiduciosi, passiamo appresso convinti che tutto sia davvaero in ordine e qualcuno, o meglio qualcosa, abbia già controllato per noi.

Poi arriva la storia di Víctor Calderón e l’incantesimo si spezza. Los Angeles. Víctor Calderón deve volare a Houston, prima tappa verso Managua. Un itinerario ordinario, di quelli che il software gestisce in automatico. Solo che, invece di atterrare in Texas dopo tre ore e un quarto, l’uomo si ritrova a Tokyo.

Rimane bloccato in aeroporto. Le valigie, diligenti e precise, sono invece arrivate a Houston. L’unica cosa da fare a quel punto: comprare vestiti puliti, acquistare un biglietto di ritorno per Los Angeles. Arriva in Nicaragua con 48 ore di ritardo e 1.095 dollari in meno sul conto. La compagnia aere lo risarcisce con buoni viaggio per mille dollari.

Il fattore umano

(Foto: © DepositPhotos.com)

Ma il caso non è chiuso. Perché una domanda, la più importante almeno per noi, resta aperta. Com’è possibile che, nell’era degli algoritmi infallibili, un passeggero salga sull’aereo sbagliato? Ha incontrato decine di scanner e di occhi umani che hanno letto la sua carta d’imbarco. Eppure è finito dall’altra parte del Globo.

Ci siamo abituati a pensare che il software faccia meglio di noi. Più veloce, più preciso, più affidabile. E così abbassiamo la guardia. Non controlliamo il numero del volo. Non ascoltiamo con attenzione l’annuncio. Non chiediamo conferma. Diamo per scontato che il sistema sappia. È lui a doversi accorgere che noi stiamo sbagliando. Ed a doverci correggere.

La verità è meno rassicurante: il fattore umano è ancora centrale. Come ultima linea di difesa. È l’occhio che nota un’incongruenza. È la voce che chiede: “Scusi, questo è davvero il volo per Houston?” La tecnologia aiuta. Le procedure proteggono. Ma nessun algoritmo può sostituire del tutto l’attenzione personale. Siamo ancora noi, l’elemento più forte della macchina.

Senza Ricevuta di Ritorno.

(Foto di copertina © DepositPhotos.com)

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