Il confronto politico di ieri, duro ma fermo e senza odio, contrapposto a un presente segnato da radicalizzazione e ignoranza. Dalla lezione di Enrico Berlinguer alla deriva di una società che rischia di alimentare violenza, il testo riflette sulle responsabilità collettive nella formazione delle nuove generazioni.
C’è una celebre Tribuna Politica del 1972, con le immagini in bianco e nero sgranate sul tubo catodico. Mostrano un Segretario Generale del Partito Comunista Italiano appena eletto, Enrico Berlinguer, rispondere al fuoco di fila delle domande poste dai giornalisti dei quotidiani politici. Domande precise, fatte con competenza, nessuna terzietà: sono quotidiani di Partito, con una precisa linea politica.
Una di queste proviene dal redattore del Secolo d’Italia, giornale del Movimento Sociale Italiano, nel quale si riconosceva il mondo post fascista. Quel giornalista, Mario Pucci, rimprovera con passione Berlinguer dicendogli che i comunisti fuggono dal confronto.

Quel video, mostra Berlinguer piazzargli gli occhi addosso e rispondere con fermezza che i fascisti non fuggirono solo quando erano protetti dalle SS ma di fronte ai partigiani fuggirono sempre. Senza mai alzare la voce, senza indignarsi, senza un aggettivo, senza insultare, senza cambiare il tono della sua voce, alla quale impose quello della fermezza delle sue idee e delle sue opinioni.
Oggi sarebbe volato in aria lo studio televisivo e sarebbe stato necessario chiamare la pubblicità: più per esigenza scenica che altro.
Ma sta proprio in quella fermezza di Berlinguer, nella sua capacità di non esprimere odio, a prescindere se ne serbasse o meno, che si spiega la differenza tra quel mondo e quello di oggi.
Così si spiega perché un ragazzo di soli 21 anni oggi sia già così imbevuto di odio al punto di sparare addosso a due persone inermi, solo perché avevano il fazzoletto dell’associazione Partigiani. Imbevuti di odio e cresciuti nell’ignoranza. Non ci si può giustificare con la Brigata Ebraica se si conosce appena un po’ la sua storia.
È quel semenzaio di odio e di ignoranza, coltivato dalla nostra generazione, a doverci spaventare: chi spara è il frutto del letame che abbiamo sbagliato a metterci.



