Il Pandoro, i tribunali e i tuttologi: quando il diritto zittisce i social

Dal processo mediatico al proscioglimento giudiziario: il caso Ferragni chiude il Pandoro-Gate e ricorda una verità scomoda, che tra indignazione social e diritto penale c’è una distanza che solo la legge può colmare.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

Clicca per ascoltare.

Grandi esperti di virus e batteri quando è uscito il Covid, solidi competenti in venti e moti ondosi quando scende in acqua Luna Rossa, capaci di discutere con gli ingegneri astronautici quando c’è da commentare il volo dello Shuttle. Più siamo ignoranti e più siamo convinti di essere esperti: invece ripetiamo come pappagalli quello che abbiamo sentito dire. E ci atteggiamo. 

È un comportamento umano. Gli psicologi che studiano le nostre azioni lo chiamano Effetto Dunning Krugher, dal nome dello scienziato che dimostrò scientificamente la validità del detto Ciuccio e Presuntuoso. (Leggi qui: Il fagiano modello ‘Dunning Kruger’).

Chissà che fino hanno fatto quelli, esperti in Diritto che parevano la Cassazione ed avevano già lapidato la signora Chiara Ferragni. 

Il pandoro e la toga

Chiara Ferragni (Foto: Clemente Marmorino © Imagoeconomica)

C’è un momento, in ogni processo mediatico, in cui il Diritto bussa alla porta dello storytelling e chiede educatamente di entrare. Nel caso Ferragni, quel momento è arrivato adesso. Con un proscioglimento pieno che chiude il Pandoro-Gate e lascia sul tavolo una domanda più grande della vicenda giudiziaria stessa. Come si può giudicare una persona se non si hanno i minimi concetti di base per poter elaborare quel giudizio?

Chiara Ferragni è stata prosciolta. Non assolta nel senso morale che molti cercavano, non condannata nel senso penale che altri auspicavano. Prosciolta per una ragione tecnica sì, ma tutt’altro che marginale: l’aggravante che rendeva il reato procedibile d’ufficio non regge. E quando cade quella, cade tutto il castello. C’era niente da giudicare.

È il Diritto, bellezza. Quello che non segue l’umore dei social né l’indignazione a tempo determinato. Quello che distingue tra pubblicità ingannevole e truffa, tra errore e cosa fatta volutamente, tra cattiva comunicazione e reato. Distinzioni noiose, forse. Ma fondamentali.

La lezione di Chiara

L’arrivo di Chiara Ferragni in tribunale (Foto: Matteo Corner © Ansa)

Il processo aveva già fatto il suo corso altrove: sanzioni amministrative, risarcimenti, donazioni. Ferragni ha pagato – molto – sul piano economico e reputazionale. Ora il giudice dice che penalmente non c’è nulla da perseguire.

Il tribunale ha fatto il suo mestiere. Ora tocca al pubblico fare il proprio lasciando a chi lo fa di professione, il compito di giudicare. E limitarsi a battere le mani o cambiare canale se lo spettacolo non gli piace.

Senza Ricevuta di Ritorno.