Per mesi il gruppo “Mia Moglie” è stato usato come prova della perversione maschile di massa. Un simbolo perfetto per semplificare una vicenda complessa. Ma l’indagine racconta altro. E mostra quanto sia facile strumentalizzare persino gli scandali.
Certe storie partono luride e finiscono peggio. La vicenda del gruppo Facebook “Mia Moglie” è una di quelle che costringono a guardare dentro un pozzo dove nessuno vuole sporgersi.
Un archivio clandestino con migliaia di foto intime, rubate a donne ignare, sradicate dalla loro vita quotidiana e gettate in pasto a un pubblico che si sentiva libero di commentare tutto. Case, spiagge, supermercati: ogni luogo diventava occasione per trasformare una donna in un trofeo digitale.
La cosa ha fatto rumore. E mentre il gruppo cresceva, fino a 32 mila iscritti, l’indignazione rimbalzava sui social. Gli ingredienti c’erano tutti. Un caso perfetto per puntare il dito, sezionare l’ossessione maschile, mettere all’indice la nostra tendenza sessita, denunciare ad alta voce la nostra totale assenza di sensibilità.

Intanto le vittime riconoscevano le proprie foto. C’erano coppie solide, matrimoni lunghi, famiglie tranquille esplose nel giro di un pomeriggio. C’era un uomo che definiva la moglie un “capolavoro della natura” mentre caricava immagini sempre più intime su un canale Telegram collegato, convinto che il web fosse un confessionale senza conseguenze. Non era il solo. Politici, militari, lavoratori, studenti, disoccupati.
Senza stereotipi, un paradosso
Un catalogo umano che smentiva subito qualsiasi stereotipo comodo. Tutti accomunati da un dato: maschi. Pronti a calpestare la dignità femminile per pochi click in più.

La narrazione pubblica sembrava aver trovato la sua morale: tutto questo era la prova della perversione maschile. Il caso era chiuso, almeno sul piano simbolico. Bastava prendere fiato e indignarsi di nuovo.
Poi è arrivata la Procura di Roma. E la storia ha fatto un giro inaspettato. La persona che, secondo gli atti, avrebbe gestito il profilo “Mia Moglie” non era un uomo. Era una donna.
Un dettaglio che ribalta tutte le certezze e che mostra l’unico dato davvero solido in questa vicenda: tra donne ed uomini non c’è molta differenza. Il male non ha genere.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



