Il ritorno di Sgarbi: quando la fragilità diventa un atto politico

È uno Sgarbi diverso quello visto al Salone del Libro di Torino. Resta da capire se, per il sindaco di Arpino, sia un congedo o un rilancio. In ogni caso, il pubblico in piedi, ha già tributato il suo giudizio

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

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C’è un momento in cui la scena si rovescia. E chi sembrava destinato all’irrilevanza torna a occupare lo spazio con una forza inattesa, quasi silenziosa. Vittorio Sgarbi, sindaco di Arpino, ex sottosegretario alla Cultura travolto da polemiche, critico d’arte da sempre più noto delle opere che racconta — è riapparso al Salone del Libro di Torino come uno di quei personaggi che non ha bisogno di essere annunciato. Gli è bastato entrare.

L’ovazione che lo ha accolto dice qualcosa che le analisi politiche faticano a misurare: la simpatia popolare resiste alle cadute istituzionali, spesso le sopravvanza.

Sgarbi aveva lasciato il governo tra scandali e veleni: la vicenda del falso Botticelli al MART, le accuse, le dimissioni da sottosegretario… Quella stagione sembrava averne definitivamente consumato il credito pubblico. Invece no.

Il treno fermo in un luogo ignoto

Vittorio Sgarbi

«La depressione» – ha raccontato ad Antonio Gnoli su Robinson di Repubblica, «è come un treno fermo in un luogo ignoto». Una metafora precisa, quasi clinica. Ma anche — e qui sta la chiave politica — una narrazione che trasforma la vulnerabilità in capitale simbolico. Chi torna dopo una sosta nell’oscurità non ha bisogno di chiedere scusa: si ripresenta e basta. E la platea in piedi sancisce che il pubblico ha già elaborato il giudizio.

Per Arpino, il piccolo comune ciociaro che lo ha eletto sindaco, questo ritorno ha un peso concreto. Un primo cittadino che torna visibile — e su scala nazionale — non è un fatto amministrativo secondario. È una risorsa, nel bene e nel male. La notorietà di Sgarbi ha sempre funzionato come leva: attira attenzione su ciò che tocca, nel bene come nel male.

Resta da capire se questo sia un congedo o un rilancio. Il Sgarbi del Lingotto appare diverso — meno urlato, più concentrato, la voce meno nitida ma le idee più ferme — e questa metamorfosi può essere letta come un’opportunità politica o come una fine dignitosa. Probabilmente entrambe le cose insieme. 

La politica italiana, del resto, non ha mai saputo resistere a chi sa trasformare la propria biografia in spettacolo. E Sgarbi, anche stavolta, lo ha fatto meglio di chiunque altro.

Senza Ricevuta di Ritorno.