Il Venerdì di tutti

La Passione non è solo rito religioso ma paradigma universale: un innocente condannato da potere, burocrazia e folla. Una dinamica che attraversa i secoli e interroga ancora oggi responsabilità e coscienza collettiva.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

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Se qualcuno pensa che il Venerdì Santo, con la sua rievocazione vivente della Passione, sia faccenda per devoti o più ancora per religiosi, non ha le idee chiare. Il Venerdì Santo non è una cerimonia per addetti ai lavori. Ma è uno specchio. E gli specchi non chiedono il permesso per mostrare ciò che siamo.

La storia è nota: un uomo giusto, condannato da un sistema che aveva paura di lui. Condannato dalla burocrazia religiosa che vedeva nel suo messaggio una minaccia al proprio potere. Condannato dalla politica: che preferisce l’ingiustizia alla scomodità delle conseguenze di una sua decisione; Pilato si lava le mani, gesto che ha attraversato i secoli come metafora perfetta delle istituzioni che non hanno coraggio di prendersi la responsabilità. Condannato dalla folla, che il giorno prima lo aveva acclamato e il giorno dopo ne chiedeva la testa. Niente di tutto questo suona antico.

Una scena della Crocifissione tratta dal Venerdì Santo di Alatri © Teleuniverso

Ciò che rende quella morte universale — al di là di ogni fede, al di là di ogni teologia — è la sua struttura narrativa. Un innocente che paga per colpe non sue. Un potere che si sente minacciato dalla verità e la elimina. Una comunità che si volta dall’altra parte. Tutti avrebbero potuto salvare Cristo: la burocrazia, la politica, il potere militare, la folla. Ma quell’innocente finisce sulla croce.

Sono le coordinate di ogni sopraffazione che l’umanità ha prodotto, prima e dopo quella croce. Dal Colosseo ai gulag, dalle fosse comuni ai tribunali compiacenti: la dinamica è sempre la stessa.

Il Venerdì Santo chiede una sola cosa, credente o no: riconoscere quella dinamica quando la si incontra. E non lavarsene le mani.

Senza Ricevuta di Ritorno.