Nell’intervista a Teleuniverso, Maurizio Stirpe racconta il metodo che ha portato il Frosinone alla quarta Serie A: sostenibilità, infrastrutture, giovani e senso di appartenenza. Più della promozione conta la filosofia di un presidente che in ventitré anni ha costruito un modello calcistico fondato sul lavoro e sul territorio, lanciando anche un messaggio ai giovani: restare può ancora avere un senso.
C’è una frase, nell’intervista di Maurizio Stirpe a Giovanni Giuliani nella scorsa puntata di A Porte Aperte su Teleuniverso, che vale più di qualsiasi analisi tattica sulla promozione del Frosinone in Serie A. Non è quella sulla fiaba inattesa. Non è quella su Palmisani e Bracaglia. È questa: «il calcio è dei tifosi. Noi siamo degli amministratori». (Leggi qui: Stirpe, la fiaba e la responsabilità: il presidente che guarda sempre avanti).

In ventitré anni di presidenza, Stirpe ha applicato questo principio con una coerenza che nel calcio italiano è rara quanto un portiere che para i rigori. Ha costruito uno stadio dove non c’era niente. Ha sviluppato un Settore Giovanile quando era più comodo comprare. Ha scelto la sostenibilità quando tutti inseguivano il colpo ad effetto. Ha resistito alla retrocessione del 2011 ed è ripartito senza cercare alibi, senza guardare indietro, senza fare il gioco inutile e doloroso del senno di poi.
Quello che emerge dall’intervista di ieri sera è il ritratto di un uomo che ha capito una cosa fondamentale: che il risultato sportivo è la conseguenza di un metodo, non il suo obiettivo. «Ho chiesto amore per il lavoro, passione, coraggio e umiltà», racconta. «Non ho chiesto la salvezza». È una distinzione che sembra filosofica e invece è pratica, concreta, misurabile nei risultati.
La rotta di Stirpe
Il Frosinone di quest’anno è stato questo — una squadra giovane, senza screzzi interni, con quell’«empatia giusta» che ha fatto remare tutti nella stessa direzione. «In ventitré anni di calcio raramente ho visto qualcosa del genere», ammette Stirpe. Ed è un’ammissione che dice tutto: non è stato un piano, è stato un miracolo laico, costruito mattone su mattone con gli ingredienti giusti.

Ma Stirpe non si ferma alla festa. Già guarda avanti — alla Serie A da conquistare davvero, alle infrastrutture da completare a Ferentino e Torrice, alla ricerca di un erede che possa prendere il testimone con un progetto valido.
Ma c’è nche un altro punto sul quale riflettere: «Spero che i giovani rimangano», dice verso la fine. È l’appello di un uomo che ha scelto di restare e di dimostrare che restare valeva la pena.


