Paghe da fame, querele intimidatorie e nessuna tutela reale: senza una vertenza nazionale che coinvolga giornalisti, editori e lettori, l’informazione italiana non potrà tornare a fare il suo mestiere.
Oggi scioperano i giornalisti. O, almeno, così recita il comunicato. In realtà sarebbe più onesto dire che dovrebbe scioperare l’intera editoria, perché la crisi non sta solo nella penna di chi scrive ma nelle fondamenta di chi pubblica e in quelle di chi legge.
Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Da un lato ci sono professionisti pagati cinque euro lordi ad articolo: il prezzo di un panino dal salumiere. Eppure da loro si pretende rigore, precisione, coraggio. Impossibile avere queste pretese quando basta una querela minacciata e la prospettiva di farsi portare via la casa, per ridurre al silenzio. Non è possibile scavare quando il tempo che puoi dedicare a un pezzo vale meno di un caffè al bar.

Dall’altro lato ci sono editori che chiedono da anni una norma efficace contro le liti temerarie, cioè quelle cause milionarie avviate non per vincere ma per intimidire. Un modo elegante per dire: “Lascia perdere o ti rovino”. E lo Stato tace. Perché alla politica non conviene cambiare le cose: perché è la prima a ricattare.
Uno sciopero di tutti
Con queste premesse, l’editoria italiana non potrà mai assomigliare a quella anglosassone, dove i giornali fanno da cane da guardia alla democrazia. Qui, quando va bene, potrà essere al massimo un cane da riporto: giusto qualche pubblicità portata a casa per tenere a cuccia i mastini
Perché non ci sono tutele, non ci sono protezioni strutturali, non c’è un ecosistema che consenta di fare il mestiere senza guardare l’avvocato prima del direttore.

È anche per questo che i lettori ci percepiscono come servi dell’uno o dell’altro potere. E ci leggono sempre meno. Ci credono sempre meno. Confondono il giornalismo professionale (con regole precise, controlli, responsabilità) con qualunque cosa compaia su una bacheca Facebook o su un sito improvvisato e senza firma. E in questa palude il giornalista serio affoga con quello improvvisato.
Sarebbe ora di una grande vertenza nazionale. Non lo sciopero rituale di una categoria esausta ma un tavolo vero che metta insieme tutto. È l’editoria intera a dover chiedere aiuto.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



