A 102 anni dal discorso che precedette il suo assassinio, la Camera ricorda Giacomo Matteotti con una targa sul suo scranno. Ma le assenze nei banchi della maggioranza trasformano la commemorazione in una vergogna politica.
Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti chiuse il suo discorso alla Camera con una frase che era già una profezia: «io il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparate il discorso funebre per me». Dieci giorni dopo una squadraccia fascista lo rapì e lo uccise. Aveva denunciato brogli e violenze. Aveva difeso la sovranità del popolo italiano. Aveva pagato con la vita il diritto di dire la verità in Parlamento.
Oggi, 102 anni dopo, la Camera dei Deputati ha scoperto una targa su quello scranno: il numero 14, all’estrema sinistra della quarta fila dell’emiciclo. Per ricordare il suo sacrificio e la sua lotta per la democrazia. Una cerimonia sobria, doverosa, presieduta dal presidente Lorenzo Fontana che ha parlato di «uomo valoroso» e proposto un minuto di silenzio.
Fin qui tutto bene. Poi ci sono le fotografie. E le fotografie mostrano i banchi della maggioranza quasi vuoti. Una ventina di deputati tra le fila di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. I vannacciani: nessuno. Zero.
Assenti ingiustificati

Non c’è molto da aggiungere. In una Repubblica che nasce dall’antifascismo – che fonda la propria legittimità costituzionale sulla Resistenza, sul rifiuto della dittatura, sul sacrificio di chi come Matteotti pagò con il sangue il diritto di fare opposizione – stare lontani da quella cerimonia non è un’assenza. È una dichiarazione. Silenziosa, comoda, vigliacca nella sua ambiguità: ma una dichiarazione.
Non si tratta di fare i conti con la storia altrui. Matteotti non apparteneva a nessun partito di oggi: appartiene all’Italia intera, a quella parte dell’Italia che ha scelto di essere democratica invece di essere fascista. Onorarlo non è un omaggio alla sinistra. È un atto di lealtà alla Costituzione che quegli stessi deputati giurano di difendere quando entrano in carica.
Arturo Scotto dal PD ha parlato di vergogna. Ha ragione. Ma la vergogna non ha bisogno di essere urlata: sta tutta in quelle fotografie, in quei banchi vuoti, in quella targa scintillante davanti a un emiciclo mezzo deserto.
Matteotti aveva detto: «voi volete ricacciarci indietro». Qualcuno, evidentemente, non voleva nemmeno essere lì ad ascoltarlo.


