Dalla crisi Stellantis di Cassino alla decisione della Spagna su Tel Aviv: anche quando le scelte sembrano troppo grandi per noi, territori e Stati possono ancora far sentire la propria voce. Non decidono tutto, ma possono dire: non nel nostro nome.
Ci raccontiamo spesso che le cose più grandi di noi possiamo solo subirle. Che le decisioni vere si prendono altrove: nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nei palazzi delle superpotenze, nei vertici internazionali dove i territori sono solo una voce marginale nei bilanci. È una narrazione comoda. Ma non sempre vera.
Prendiamo il caso Stellantis. In passato abbiamo criticato – e non senza ragione – le riunioni dei sindaci convocate per chiedere soluzioni. Non perché il problema non fosse reale, ma perché quello non è il livello dove si decide il destino di una multinazionale. Il bilancio di un gruppo come Stellantis contiene dentro di sé quelli di centinaia di aziende, banche, fondi e filiere industriali. Pensare di spostare quell’equilibrio con un tavolo di amministratori locali riunito a Cassino sarebbe illusorio.

Eppure questo non significa restare fermi a guardare. Non significa rassegnarsi. La grande marcia del 20 marzo, organizzata dai sindacati e sostenuta dai sindaci del territorio, dimostra che esiste uno spazio per far sentire una voce. Non quella che decide i bilanci. Ma quella che ricorda come dietro i numeri ci sono persone, famiglie, territori. Ed è una voce che, quando si muove insieme, diventa difficile da ignorare.
Non nel mio nome
Lo stesso vale per la politica internazionale. Ci viene spesso detto che la guerra è materia da superpotenze, che i singoli Stati possono solo adattarsi. E invece non è così.
La Spagna ha deciso di ritirare definitivamente la propria ambasciatrice da Tel Aviv, riducendo la rappresentanza diplomatica al livello di incaricato d’affari. È un gesto politico. Non fermerà una guerra, certo. Ma dice qualcosa di preciso: che non tutto può essere accettato in silenzio.

Nei giorni scorsi Israele ha distrutto un villaggio e ucciso civili per recuperare da un cimitero il corpo di un pilota morto negli anni Ottanta. E un’indagine militare ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità del massacro di oltre cento studentesse in Iran. Episodi che mostrano quanto spesso le grandi potenze agiscano per coprire errori e disastri di politica interna.
La scelta spagnola, nel suo piccolo, dice una cosa semplice ma potente: si può dire “Not in my name”. Non nel mio nome.



