Perchè Ancona ha vinto ed il progetto Hernica Saxa no

La bocciatura di Hernica Saxa come Capitale della Cultura 2028 impone una riflessione. Cosa aveva Ancona in più del nostro progetto? Una profonda differenza di veduta ed una maggiore ambizione. Che ha saputo dimostrare. Ora la sfida è superare il provincialismo e progettare il futuro.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

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C’è un momento, nelle sconfitte, in cui smettere di cercare alibi diventa un atto di lucidità. La bocciatura del progetto Hernica Saxa per Capitale italiana della cultura 2028 è uno di quei momenti. Perché si può discutere di criteri, di equilibri territoriali, perfino di sensibilità ministeriali. Ma se si vuole capire davvero cosa è successo, bisogna avere il coraggio di guardarsi allo specchio.

E nello specchio, accanto a buone idee e a un patrimonio indiscutibile, si intravede ancora qualcosa che fatichiamo a scrollarci di dosso: un certo provincialismo. Non quello folkloristico ma quello più subdolo. Quello che ti fa pensare che basti raccontare quanto siamo belli per convincere gli altri. Non basta più.

Cosa aveva in più Ancona

Alessandro Giuli

Per capirlo, è sufficiente guardare cosa ha fatto chi ha vinto. Ancona non ha presentato un catalogo di meraviglie. Ha costruito un progetto politico-culturale: ottanta pagine di visione, di traiettoria, di impatto economico. Non una città che si limita a dire “venite a vedere”, ma una città che prova a diventare ciò che ancora non è. Una capitale, appunto, anche senza esserlo.

La differenza sta tutta qui: tra la narrazione di sé (quello che ha fatto Hernica Saxa) e la costruzione di un futuro (quello che ha fatto Ancona).

E poi ci sono le scelte. Quelle che fanno la differenza tra un buon dossier e uno competitivo. Ancona ha messo in campo una Direzione Creativa di livello internazionale, affidata a Anghela Alò, una professionista che ha diretto cerimonie olimpiche, grandi eventi globali, spettacoli capaci di parlare a milioni di persone. È una che ha curato le cerimonie di apertura e chiusura della Coppa del Mondo del 2017 a Dubai, la Cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi del 2014 a Sochi, lo spettacolo per il 70esimo anniversario Ferrari del 2018. Non è un dettaglio. È una dichiarazione di ambizione. Noi, invece, quella porta non l’abbiamo nemmeno bussata.

Una delle cerimonie di Anghela Alò

Ancona ha immaginato il Museo della civiltà del mare Adriatico, affidandolo a uno scenografo tre volte premio Oscar come Dante Ferretti. Non un museo qualsiasi, ma un dispositivo narrativo e multimediale capace di trasformare il mare in racconto, in suono, in identità condivisa. Non un contenitore, ma un’esperienza da andare a vedere partendo da tutta l’Italia.

E poi le contaminazioni: il dialogo tra il produttore Dardust e la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche. Passato e contemporaneo che si intrecciano. Cultura alta e linguaggi pop che si parlano. È esattamente quello che oggi si chiede a una Capitale della cultura: tenere insieme tradizione e innovazione, senza paura di osare.

Il limite del provincialismo

È qui che il provincialismo smette di essere una parola astratta e diventa un comportamento concretonon andare a cercare i migliori, accontentarsi delle energie interne, pensare che basti ciò che si ha. È una forma di autosufficienza che, in realtà, è un limite.

Il sindaco di Ancona con il ministro Giuli

Ecco, forse il punto è proprio questo: l’assenza di rischio. Non abbiamo voluto rischiare di metterci in discussione. Non potevamo: perché per noi è già tanto mettere insieme 4 città che hanno passato secoli ad essere rivali perché il mio castello è più bello del tuo o la mia piazza è più grande della tua.

Sia detto con chiarezza. Il progetto Hernica Saxa aveva radici solide, identità, storia. Ma è rimasto, in larga parte, dentro un perimetro rassicurante. Ha raccontato bene ciò che siamo stati. Meno ciò che potremmo diventare. E invece la partita si gioca lì, nello scarto tra presente e futuro.

La verità scomoda

I sindaci delle Città Fortificate firmano il protocollo per la Capitale della Cultura 2028

La verità, per quanto scomoda, è che non si perde solo perché gli altri sono più forti. Si perde anche perché non si prova fino in fondo a esserlo. Perché non si alza l’asticella. Perché non si rompe il recinto mentale del “facciamo con quello che abbiamo”.

Il provincialismo, oggi, non è una questione geografica. È una categoria mentale. E finché non lo riconosciamo, continuerà a presentarsi sotto forme diverse: prudenza, autoreferenzialità, paura di aprirsi.

La bocciatura di Hernica Saxa può essere letta come una sconfitta. Oppure come un’occasione. Non per rifare lo stesso progetto meglio impaginato. Ma per cambiare approccio. Perché la prossima volta non basterà dire chi siamo: bisognerà dimostrare chi vogliamo diventare.