l video del processo al generale Xu Qinxian riporta alla luce una scelta di coscienza rimossa dal Partito comunista cinese: l’uomo che rifiutò di sparare a Tienanmen e pagò con la cancellazione dalla Storia.
Ci sono momenti in cui la Storia sembra una macchina automatica. Ordini che scendono, uomini che obbediscono, conseguenze che diventano inevitabili. Poi, improvvisamente, qualcuno mette una mano sul quadro comandi e spezza l’ingranaggio. Non perché possa fermare tutto, ma perché sceglie. E la scelta, alla fine, è sempre umana.
È successo con Stanislav Petrov, il colonnello sovietico che nel 1983 guardò i monitor dirgli che gli Stati Uniti avevano lanciato i missili nucleari e decise di non crederci. Se avesse obbedito al protocollo, oggi non saremmo qui a raccontarlo. È successo anche a Pechino, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, quando il generale Xu Qinxian decise che no, lui i suoi soldati in Piazza Tienanmen non li avrebbe portati.
Colpisce, nel video del suo processo riemerso oggi come un fantasma ben conservato, non il tono eroico ma l’assenza totale di retorica. Xu non parla da ribelle, parla da ufficiale. Risponde in punto di dottrina militare, di responsabilità di comando, persino di ideologia. Dice, in sostanza: obbedire non è sempre un dovere, soprattutto quando l’ordine non può reggere al giudizio della storia.
La condanna all’oblio

È questo che rende il filmato così disturbante. La Corte marziale lo ascolta e sa che ha ragione. Sa che non è un folle, né un traditore. È uno che ha fatto esattamente ciò che un comandante dovrebbe fare quando la linea tra legalità e barbarie diventa troppo sottile. E proprio per questo lo punisce nel modo peggiore.
Cinque anni di carcere e l’espulsione dall’Esercito sono quasi un dettaglio. La vera condanna è stata la cancellazione. Xu Qinxian doveva sparire, non diventare un precedente. Perché la storia, se lasciata libera di lavorare, avrebbe potuto assolverlo. E condannare chi lo aveva messo sotto accusa.
Il Partito comunista cinese non temeva l’insubordinazione. Temeva l’esempio. Temeva l’idea che, anche dentro una macchina perfettamente oliata, esista ancora uno spazio di coscienza individuale. Che alla fine non sono i sistemi a decidere, ma gli uomini. Uno alla volta.
C’è chi dice no

Xu non ha fermato il massacro. Come Petrov non ha abolito la guerra nucleare. Ma entrambi hanno dimostrato una cosa essenziale: che l’automatismo del potere non è mai totale. Che anche nel momento più buio, qualcuno può dire no. E che per questo, spesso, viene punito non per ciò che ha fatto, ma per ciò che avrebbe potuto insegnare.
La Storia, però, ha memoria lunga. E a volte ritorna, sotto forma di un video di sei ore, a rimettere le cose al loro posto. Anche quando qualcuno ha provato, inutilmente, a cancellarle.



