Respinto dagli ospedali del Nord, un imprenditore veneto trova a Bari il trapianto che gli salva la vita. Una storia che ribalta stereotipi e dimostra che l’eccellenza sanitaria non ha latitudine ma condizioni.
I fatti, più delle parole. A parole il Nord è meglio del sud: più organizzato, con strutture sanitarie all’avanguardia, più evoluto… Sarà forse merito di tutto ciò che i piemontesi sbullonarono quando passarono, armi in pugno, da queste parti per fare l’unità d’Italia. Smontarono i macchinari dalle rinomate cartiere di Arpino ed Isola, e così con tutto quello che trovavano più a sud, lasciando solo la fame.
Per anni è stato questo. Da sud si doveva andare a nord: per lavorare, per mangiare, per curarsi, per fare carriera. Poi arriva la storia di Agostino Bauletti, imprenditore veneto di 72 anni, malato di cuore e respinto, uno dopo l’altro, dai grandi ospedali del Nord: inoperabile, deve morire entro 6 mesi, si rassegni.
Lo hanno operato a Bari, dove un medico del Nord, veneto, si è dovuto trasferire se voleva trovare spazio. E ne ha trovato: il numero che racconta tutto è 108. Tanti sono i trapianti di cuore che ha eseguito al Policlinico di Bari nell’anno appena chiuso. Un record che colloca il centro pugliese ai vertici europei.
Cosa non ha funzionato al Nord?

Il punto non è solo la quantità ma la qualità. E soprattutto il coraggio clinico. A Milano, Padova, Bologna, Verona, Bauletti non lo hanno voluto operare: a Bari gli hanno detto “Lei non ha altre patologie, non vedo perché non dovrei operarla”.
La geografia, improvvisamente, cambia senso. Non più Nord che cura e Sud che aspetta. Ma Sud che accoglie, valuta, decide. Bauletti arriva in sedia a rotelle, ne esce vivo, in piedi, in poco più di un mese ed ora azzarda anche qualche corsetta.
E allora la domanda si ribalta: cosa non ha funzionato al Nord? Perché un’eccellenza ha dovuto spostarsi per poter lavorare al massimo delle sue capacità? L’eccellenza non ha latitudine ma condizioni. E che quando le condizioni ci sono, il Sud non insegue: guida.
Forse è tempo di smettere di stupirsi e piangersi addosso. E iniziare, finalmente, a prenderne atto.
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