Se Cassino piange, Berlino non ride

La proroga dei motori termici non risolve la crisi industriale europea. I segnali che arrivano dalla Germania raccontano una crisi strutturale profonda, tra costi energetici, concorrenza cinese e un modello economico ormai sotto pressione.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

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Più di qualcuno oggi ha gioito per la proroga concessa ai motori termici oltre il 2030. In realtà è poco più di un cerotto. Perché il problema europeo non è il calendario delle marmitte. È il modello industriale che scricchiola.

Lo dimostra la Germania, che è il motore dell’Unione. E oggi quel motore tossisce. Peter Leibinger, presidente della Confindustria tedesca, non è un incendiario: eppure parla di clima “estremamente negativo”.

Qui non siamo davanti a una crisi ciclica (una cosa che passa). È una crisi strutturale (cioè è finito un modello). Energia cara, burocrazia lenta, tasse alte, competizione globale feroce: sembra di parlare dell’Italia. O di riascoltare le parole pronunciate un anno fa in provincia di Frosinone.

Berlino investe ma il Pil non si muove

Foto © IchnusaPapers / AIafrate

Nel frattempo però Berlino investe. Cinquecento miliardi. Infrastrutture, digitale, difesa. Sulla carta è una rivoluzione. Nella realtà il Pil resta fermo, la disoccupazione sale, l’industria perde posti di lavoro. Le aziende non vivono di promesse future. Vivono di bilanci presenti.

Il simbolo del declino è l’auto: l’orgoglio tedesco, come un tempo lo fu per l’Italia ed il Cassinate. Le elettriche cinesi sono più economiche e più rapide. Noi abbiamo ritardi sulle batterie, sull’innovazione digitale, sui costi energetici. Volkswagen che chiude impianti era impensabile fino a ieri, figuriamoci Cassino Plant di Stellantis.

Poi c’è la geopolitica. La paura della Russia è reale. Ma mentre si finanziano carri armati, le fabbriche energivore restano soffocate. L’elettricità in Europa costa il doppio che negli Stati Uniti o in Cina.

Lo scenario cambiato

(Foto © AG IchnusaPapers)

E proprio la Cina è l’altro protagonista della storia. Ha studiato il modello tedesco, lo ha copiato, lo ha superato. Non compra più tecnologia. La produce. E la vende. A prezzi più bassi. Su scala globale.

In questo scenario, prorogare i motori termici non salva nessuno. È nostalgia industriale, non strategia. Serve altro. Servono decisioni rapide, costi più bassi, meno burocrazia, più innovazione vera.

Pensare che basti rinviare una scadenza per fermare la deindustrializzazione è un’illusione. E le illusioni, in economia, si pagano sempre.

Senza Ricevuta di Ritorno.