La partecipazione smentisce l’astensione cronica e riapre il tema della fiducia nella politica. Non a caso, il dato più rilevante oggi è l’affluenza: gli italiani tornano a votare quando sono in gioco i principi costituzionali. Un segnale che evidenzia la crisi della rappresentanza più che della democrazia.
Un dato, più di tutti, merita di essere letto con attenzione nel risultato del referendum sulla Giustizia: gli italiani sono andati a votare. Non è un dettaglio ma un segnale, che arriva nel pieno di una stagione in cui l’astensione è diventata una consuetudine.
Significa che, nel momento in cui la posta in gioco tocca i principi, gli elettori si muovono. Quando si parla di equilibri tra poteri, di Giustizia, di architettura costituzionale, gli elettori rispondono. Significa che la Carta costituzionale, i padri costituenti che l’hanno scritta, sono radici molto più profonde di quello che si possa pensare. (Leggi qui: Referendum, due mappe e un solo risultato: Si nelle province ma Roma decide No).
Ed è qui che si apre la riflessione più scomoda.

Se gli italiani partecipano quando si tratta di Costituzione ma disertano sempre più spesso le elezioni ordinarie, il problema non è nella democrazia. È nella rappresentanza. È nella fiducia, sempre più fragile, verso chi chiede il voto per governare.
Votiamo sempre contro, perché ognuno ci impone sacrifici: siamo in una fase di risanamento ormai dalla fine del boom economico, erano gli Anni 70 e da allora è passato mezzo secolo per stare sempre peggio, ogni volta punto e daccapo.
Il referendum, in questo senso, ha avuto il merito di rimettere al centro un’evidenza che la politica tende a evitare: gli italiani non credono più in chi li rappresenta. La politica è diventata una specie di tifo da stadio e non una battaglia per i principi.
Molti oggi si sono domandati chi abbia vinto e chi abbia perso. A prescindere dal risultato: ha vinto la Costituzione. E non per il numero dei No, ma per il numero dell’affluenza.
È quello, oggi, il vero risultato.



