Il 1° giugno 2001 Serena Mollicone uscì di casa e non tornò più. Venticinque anni dopo, tra processi, assoluzioni e piste mai del tutto chiuse, resta una domanda senza risposta: chi ha ucciso Serena? Ma non è una sconfitta della Giustizia. Per paradosso: è il suo trionfo
La mattina del 1° giugno 2001 Serena Mollicone uscì di casa ad Arce e non tornò più. Aveva diciotto anni e la vita davanti: il liceo, i sogni, quella leggerezza che si ha a diciotto anni e che si dà sempre per scontata fino al giorno in cui non c’è più. Il suo corpo fu trovato dopo due dopo nel bosco Fonte Cupa, con i polsi legati e i segni di una morte violenta.
Oggi sono passati venticinque anni. Un quarto di secolo. E la Giustizia non ha ancora un colpevole.
Non è un’omissione
Non è un’omissione. È una storia giudiziaria lunga e dolorosa. Fatta di indagini, perizie, sospettati, processi, assoluzioni. Come quella del carrozziere Carmine Belli, incarcerato per un anno per poi scoprire che il colpevole non era lui. Lasciando delusi i tanti che avevano già alzato la forca.
Poi gli indizi hanno preso forma intorno ai carabinieri di Arce, al maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna ed il figlio Marco. Sono stati processati e assolti: due volte, in primo grado a Cassino ed in appello a Roma. Il motivo è lo stesso del carrozziere: in Italia c’è differenza tra UN colpevole ed IL colpevole. La Cassazione ha riaperto la questione: lo motivazioni della sentenza erano scritte male. Si riparte ed ora il processo è ancora in corso.
Ci sono casi che diventano simboli: non solo di una tragedia individuale ma di qualcosa più largo. La difficoltà della Giustizia di arrivare alla verità, il peso insopportabile per le famiglie, sia quelle delle vittime che quelle degli accusati. E nel dubbio, un’intera nazione si appassiona: ad Arce come a Garlasco e come fu per Yara.
La lezione di Serena
Ma mentre per qualcuno è un giallo, per Guglielmo, papà di Serena, ogni giorno è stata un’attesa straziante, aspettando quella Giustizia che ad un certo punto lo prelevò dalla veglia funebre e lo portò in caserma per interrogarlo mentre tutto era pronto per il funerale della figlia. È morto nell’attesa, senza conoscere la risposta.
È la risposta che una Nazione vorrebbe. E forse l’avrebbe avuta se tanti anni fa, durante il primo processo, avessero dato ascolto alla maestra di Serena alle Elementari: lei lo disse subito che l’aveva vista tornare ed andare verso la caserma dei carabinieri. In tribunale non le diedero retta e continuarono ad accusare un carrozziere estraneo ai fatti. Se quel posto c’entri qualcosa, due tribunali hanno detto di No. Ma l’inchiesta nata anni dopo ed in piedi ancora oggi si basava su quello.
La lezione di Serena è che da noi, c’è differenza tra UN colpevole ed IL colpevole. E se quello giusto non è stato ancora individuato è perché dietro c’è molto altro da scoprire. Non perché qualcuno abbia dormito. Ma proprio perché la Giustizia funziona.



