Un bicchiere di Ginjinha in Portogallo riporta alla Valle di Comino e alle visciole, filo rosso tra monaci, territori e memoria. Un viaggio che unisce sapori, storia e identità, dove il nuovo è solo un ritorno inatteso a casa.
Questa è la storia di un’altra ratafia. Sono ad Óbidos, che è un paese medievale arroccato su una collina dell’Estremadura portoghese, murato, bianco e azzurro, pieno di turisti e di gerani, e una donna mi porge un bicchierino scuro. Il liquore è rosso rubino, quasi nero, e profuma di visciole. Lo so prima ancora di portarlo alle labbra. Lo so dalla consistenza dell’aria intorno al bicchiere, da quella nota aspra e dolce insieme che conosco come conosco il rumore dei passi di mia madre. Bevo. È ratafia.
È identica alla ratafia della Valle di Comino, quella che ogni famiglia fa con una ricetta segreta che non dà a nessuno e che invece è sempre la stessa da secoli, perché le visciole sono le visciole e l’alcool è l’alcool e lo zucchero è lo zucchero, e il tempo fa il resto.
Da Montecassino a Óbidos

Chiedo da dove viene. La risposta arriva senza esitazione: l’hanno portata i monaci. I cistercensi, i benedettini. Ho bisogno di un secondo per mettere insieme i pezzi, poi il cerchio si chiude. Da Montecassino a Óbidos. Certo. Come no. I monaci benedettini che attraversano l’Europa con le loro regole e i loro orti e i loro alambicchi portatili, che piantano visciole ovunque trovino una terra che le accetta, che distillano e pregano e distillano ancora, perché il lavoro è preghiera e la preghiera, a volte, ha il colore del rubino scuro in un bicchiere piccolo come un uovo. Ora sono lì, in piedi in un vicolo di Óbidos, con il sapore della Valle di Comino in bocca, e mi sento ridicolmente felice.
Devo spiegare le visciole. Non si può capire questa storia senza capire le visciole. Sono il mio frutto preferito in assoluto, senza appello, senza possibilità di ricorso. Non le ciliegie dolci, non le amarene da cocktail, le visciole, che sono una via di mezzo tra le due, aspre e profonde, con un nocciolo che sembra troppo grande per il frutto e invece è esattamente della misura giusta. Con le visciole si fa il gelato, la marmellata, lo sciroppo, e si fa la ratafia, che prende il nome, pare, da rato fiat, il contratto fatto, il brindisi che suggellava un accordo. La ratafia è fiducia, è parola data, è patto tra uomini che si guardano negli occhi. Si fa con le visciole e si beve quando si è trovato un accordo che vale.
Il litigio con l’orsa

Qualche estate fa ho avuto un litigio d’amore con un’orsa marsicana, ed è lì che le visciole entrano nella storia con tutta la loro importanza. Era notte, dormivo nel casolare in valle, fuori c’era solo la luce delle stelle e il silenzio che in realtà non è silenzio, perché in campagna si sentono tutti i suoni che di solito il rumore della città copre, perfino la fatica del ragno che tesse la tela.
Poi è arrivata lei, con la delicatezza di un plantigrado che se ne infischia della proprietà privata. Rami che si spezzano, piante scosse come ombrelli che non vuoi aprire, e poi il verso, il brontolio basso che non sai come chiamare, grrooowwwrr, tutta la lista dei verbi che le attribuiscono, rugliare, bruire, bramire, brusire. La speranza era che fosse golosa di fichi. Invece no. Al mattino non c’era più lei, e non c’erano più le visciole. Tutte. Non ne aveva lasciata una. Avrei dovuto raccoglierle prima, lo so, ma un po’ mi sta sulle scatole che lei, l’orsa, sia stata così ingorda e così poco rispettosa dei patti. Lo sa che per me le visciole sono ratafia, e la ratafia è rato fiat, e rato fiat è fiducia? Evidentemente no. Gli orsi non firmano contratti.
La Valcomino nel cuore

La Valle di Comino è il versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo. Con un’ora e mezza di auto sei a Roma o a Napoli, in mezzo c’è l’antica Cominium, ultima roccaforte dei Sanniti, la Fort Alamo di qua dall’Appennino, sconfitta e distrutta da Roma e poi risorta e poi sempre lì, a fare da cerniera tra mondi che non si capiscono. Sotto c’è il Liri e Sora, sopra c’è Pescasseroli, e da qualche parte tra i castagni e i faggi ci sono gli orsi marsicani che scendono in valle perché hanno preso confidenza, dicono, perché hanno meno paura dell’uomo. Il che è un errore, perché la vicinanza è rischiosa per tutti e due. Ma questa è un’altra storia, o forse è la stessa.
Il punto è che qui ad Óbidos, mentre i lettori del Giornale esplorano le botteghe e le chiese e le mura merlate, io sono fermo in questo vicolo con un bicchierino di Ginjinha in mano e penso che il mondo è piccolo e antico nel modo giusto, che i monaci cistercensi hanno fatto un lavoro straordinario muovendosi per l’Europa con le loro visciole e i loro alambicchi, che da Montecassino a Óbidos è un viaggio lungo ma non abbastanza lungo da cambiare il sapore di un frutto. La Ginjinha si beve in shot, mi spiegano, a temperatura ambiente o fredda, com ou sem elas, con o senza il frutto sul fondo, e talvolta nei bicchieri di cioccolato che durano il tempo di un sorso.
Il rato fiat con la terra portoghese

Io la bevo e penso a un accordo, un rato fiat tra me e questa terra portoghese che non conoscevo e che adesso mi sembra di riconoscere. È questo il viaggio, in fondo. Non andare verso il nuovo, ma scoprire dove il nuovo ti aspettava già, con il tuo sapore preferito in mano, dall’altra parte di un continente che i monaci hanno attraversato a piedi pregando e distillando, pregando e distillando, fino a piantare le radici delle visciole nella terra rossa dell’Estremadura e aspettare che qualcuno, un giorno, arrivasse da Alvito e capisse. Le storie vanno e vengono e prima o poi ti portano a casa .
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