A Isola del Liri un ragazzo di 17 anni restaura il Motom del nonno fermo dal 1985. Un anno di lavoro tra studio e passione per riportare in strada un pezzo di storia familiare e di comunità.
Ci sono oggetti che dormono nei garage come dormono i ricordi: coperti di polvere, avvolti nel buio, dimenticati nel posto esatto in cui la vita li ha lasciati. Il Motom cc 48 di Dante Sperduti stava lì dal 1985 — quarant’anni di silenzio, arrugginito tra attrezzi e macchinari nell’officina di famiglia a Isola del Liri. Ci sarebbe rimasto ancora, se suo nipote Luigi non avesse avuto diciassette anni, una curiosità inesauribile e una testardaggine tranquilla che di notte lo teneva sveglio a smontare pezzi e a disegnare componenti al computer.
Luigi Sperduti fino a poco tempo fa non sapeva nulla di meccanica. Studia all’ultimo anno del liceo scientifico di Sora. Non aveva mai restaurato nulla. Ha impiegato un anno — da gennaio 2025 a febbraio 2026 — per ridare vita a un motorino che non girava da quando suo padre Giuseppe era ancora ragazzo. Lo ha fatto leggendo, documentandosi su internet, cercando pezzi nei mercatini di tutta Italia, trovando un fornitore a Lusciano d’Aversa, stampando in 3D i componenti introvabili — compreso, alla fine, lo stemma originale del Motom.
La storia dentro la storia

Ma il restauro è solo la metà della storia. L’altra metà la racconta quel motorino stesso e cosa ha significato per una famiglia di Isola del Liri in un’epoca in cui possedere un’auto era ancora un privilegio lontano.
Dante lo comprò nel 1961, appena congedato dal servizio militare. Era il mezzo con cui andava al lavoro — dalla contrada Capitino prima, poi da quella di San Paolo — fino alla Cartiera Viscogliosi, che tutti in città chiamano ancora la cartiera Battiston. Ma il Motom non era solo trasporto: era libertà. Ci portava a spasso la fidanzata Maria Pia — che avrebbe sposato nel 1965 — per scampagnate e gite di pesca. Poi, dopo il matrimonio, ci caricava i figli Rita e Giuseppe. Con un 50 cc.

C’è un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi altro l’intimità di quel mezzo con la vita quotidiana di una contrada: quando Dante era di turno alle sei del mattino, usciva di casa venti minuti prima, accendeva il Motom — rumoroso come tutti i motorini di quell’epoca — e i vicini della contrada San Paolo si svegliavano. «Dante è andato a lavorare», si dicevano. Era la sveglia del quartiere.
Il Motom finì in garage a metà degli anni Ottanta, quando il figlio Giuseppe preferì un mezzo più moderno per andare a scuola. Dal 1985 al 2025: quarant’anni esatti di buio.
Il risveglio

A febbraio 2026, con la scocca e i parafanghi rivernicati nel colore originale grazie all’aiuto di alcuni amici, il Motom ha ripreso vita. Il giro di prova — toccava a lui, per diritto di storia e di affetto — lo ha fatto Giuseppe, il padre di Luigi, attraversando Isola del Liri prima di rientrare in contrada San Paolo. Lo stesso percorso che suo padre Dante faceva ogni mattina alle sei, quando svegliava il quartiere.
Luigi ha consegnato il progetto. Ora lo aspetta la maturità. E a settembre, l’università: ingegneria, naturalmente. Meccanica, si intende.
Ci sono storie che parlano di memoria, di territorio, di artigianato e di radici. Questa parla di tutte insieme. E comincia con un ragazzo di diciassette anni che entra in un garage e non si accontenta di lasciare le cose come stanno.



