Il volto della Repubblica e la storia di Anna, che lo prestò all’Italia

La ragazza scelta per simboleggiare l'immagine del referendum del 2 giugno 1946 e la vicenda che portò alla ribalta i suoi tratti

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Un giorno qualunque di inizio giugno a metà degli anni ‘90 a Milano una giovane donna è a passeggio con sua madre anziana. Quest’ultima cammina spedita tenuta sotto braccio dalla figlia. Lo fa con quella baldanza impunita che disegna l’orgoglio della vecchiaia. Cioè quando devi riesumare il vigore del tempo in cui non avevi bisogno di falcate smargiasse per dimostrare a te stesso che la Grande Mietitrice era ancora lontana, e che avevi più anni davanti agli occhi che dietro le spalle.

Quella donna stanca ma fiera che ad un certo punto si ferma davanti ad un’edicola e che sta rimirando sorniona la prima pagina di un quotidiano si chiama Anna. Ed il volto ritratto in bianco e nero su quella pagina che festeggia la Repubblica italiana è il suo. reso immortale tanti anni prima.

C’è voluta tra le altre un’inchiesta certosina pubblicata su Medium da Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli nel 2016 per dare un nome alla ragazza simbolo del 2 Giugno. Si chiamava Anna: Anna Nasi nata Iberti e sarebbe morta nel 1997, pochi anni dopo quell’episodio. Episodio che si fece aneddoto per quel che Anna disse quando rimirò la sua immagine su quella pagina celebrativa in edicola.

“Non sta messa poi così bene…”

I 41 scatti di Patellani ed il caposcuola del fotogiornalismo italiano

“Certo – pare disse alla figlia Gabriella – la Repubblica non sta messa poi così bene come speravamo quanto Patellani mi fece quella foto…”. Poi abbassò lo sguardo a terra, a celare un sorrisetto amaro offerto solo alla punta delle sue scarpe: “Come me, del resto”. Anna giovane voleva dare la faccia una cosa imperfetta ed Anna vecchia ne scovava malinconica le imperfezioni.

Patellani di nome faceva Federico, era un fotoreporter. Non uno qualsiasi: viene considerato il caposcuola del fotogiornalismo italiano: collaboratore di quotidiani come La Stampa e l’Avanti. Lui era un pignolo patentato e puntò 41 volte l’obiettivo della sua Leica sul volto di Anna, prima di scavare tra le diapositive e pescare l’immagine simbolo dell’appena nata Repubblica italiana.

Ma quale immagine? Quella che, dopo il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, celebrò la vittoria dei repubblicani e la sconfitta della monarchia. Evento che assieme a quell’esito d’urna segnò il primo step elettorale della storia italiana tenutosi a suffrago universale. Anna era donna ed aveva il volto sereno degli anni che l’Italia sperava di avere dopo 20 anni di buio, perciò era perfetta per sommatoria di simbologie buone.

41 scatti ad Anna per una sola foto

La foto di Federico Patellani / Fondo Patellani presso il Museo di fotografia contemporanea

Tanto perfetta che il suo viso, sbucante da una pagina del Corriere della Sera sotto il titolo “E’ nata la Repubblica Italiana”, divenne ed è ancora oggi l’immagine totem di quando la democrazia venne ad abitare tra le macerie dei nostri sogni imperiali. Un viso sorridente, con denti piccoli e perfetti a cui fanno arco due occhi stretti a sorridere prima ancora della bocca. Anna Iberti era, è e sarà l’Italia che aveva esaurito le urla e le bestemmie, e che dopo il sollievo della pace all’improvviso si scopriva pronta di nuovo a guardare al futuro.

Senza “immancabili destini”, gagliardetti, labari, divise e slavine di dolore per averle indossate come si fa con i panni stretti. Senza saperne vestire con fierezza posticcia il triste dettato di un militarismo scemo che non abbiamo mai avuto. Anna era, è e sarà sempre noi. Noi che scegliemmo, che forse barammo nell’incentivare la scelta, ma che di una cosa eravamo sicuri, tutti. Mai più avremmo seguito l’usta dei singoli che promettono grandezza e seminano miseria.

Anna, la “modella” della redazione

Anna Iberti negli anni dello scatto

Ma come ci arrivò Patellani, morto silente nel 1977, a scegliere Anna per quello scatto pubblicato per la prima volta il 15 giugno del 1946 sulla sulla copertina del settimanale Tempo? Lui era un asso del fotogiornalismo e bazzicava molto le redazioni dei quotidiani. In particolare collaborava con l’Avanti. Ed Anna era un’impiegata di amministrazione proprio del quotidiano socialista.

Di lì a poco avrebbe sposato il giornalista Franco Nasi, capo della cronaca de l’Umanità, il foglio nato dopo la scissione dei socialdemocratici che accusavano il Psi di comparaggi eccessivi con il Pci del “Migliore” Togliatti. Ebbene sì: l’immagine simbolo dell’Italia repubblicana e democratica davvero, Italia che vagiva nel giugno più bello di tutti nacque “grazie” ad una redazione. Come quasi tutte le cose buone si foraggiò delle vie del caso, bevve alla pozza del destino ma alla fine trovò il quadro perfetto di realizzazione in un posto che per definizione è posto di pluralità.

Cosa ci hanno dato da curare

(Foto: Stefano Strani)

Di opinioni, di libertà, di pregi che superano i difetti e di difetti che quando superano i pregi vengono subito ricacciati a calci in culo dove è giusto che stiano. In mezzo alle persone ma senza mai esserne i cocchieri. Perché la Repubblica che festeggiamo oggi questo è: la più perfetta delle imperfezioni.

Bella come la libertà di celebrarla e forte come la pazienza nel perdonarla quando ci spiega che essa ha bisogno di tempi lunghi per funzionare. E nostra: perché ce l’hanno data e ci hanno chiesto di averne cura.

Perfetta come la foto di Anna, imperfetta come noi che di Anna ci siamo dimenticati, ma solo per un po’.