Il terribile crimine commesso da Izzo, Ghira e Guido, il sequestro Bulgari e gli anni da requirente nel Capoluogo ciociaro
“Cigno, cigno… c’è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola”. Il ‘gatto’ a cui alludeva la gazzella dei Carabinieri con la centrale quel 30 settembre del ’75, era Donatella Colasanti. Giovanissima vittima a cui rese giustizia introduttiva il dottor Ottavio Archidiacono, giudice istruttore a Latina, scomparso cinque anni fa dopo essere stato a lungo Procuratore Capo della Repubblica di Frosinone.
Poche ore prima – erano le ore tra il 29 ed il 30 settembre del 1975 – in quella stessa auto i tre autori del massacro, Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo commentavano: “Come dormono bene queste”.
Lo stavano facendo mentre si compiacevano della presenza inerte, nel portabagagli di quella stessa 127, di due corpi di altrettante giovani donne. Erano Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, due ragazze adescate dal branco e poi portate, con la più barbara delle scuse, presso la villa a San Felice Circeo del padre di uno dei futuri indagati.
I mostri delle “famiglie bene”

I mostri le convinsero a raggiungere quel “buen retiro” dell’alta borghesia romana dopo un rendez-vous ad un bar del Fungo all’Eur e le violentarono e picchiarono a morte. Lopez, 19 anni, morì per le percosse, la 17enne Colasanti era sul punto di spirare per gli stessi motivi. Ma alla fine e dopo una sprangata finale finse la morte e si ritrovò nel vano dell’auto assieme al cadavere della sua sventurata compagna.
Giunta con la 127 a Via Pola, nel quartiere Trieste a Roma, iniziò a lamentarsi ed un equipaggio di Carabinieri in transito udì quelle grida di vittima e lanciò il suo anomalo allarme alla centrale.
Dato che quel terribile crimine era stato commesso in terra pontina, il processo si celebrò a Latina con sentenza di primo grado emessa a fine luglio del 1979.
Arringa di Lagostena Bassi e sentenza

La Camera di Consiglio si era avvalsa del materiale raccolto da un giudice istruttore di rigore certo ma non certo di rigore strumentale, quanto bastava. In punto di Diritto – ad assicurare che lo stesso seguisse le sue vie formali e di sostanza. Quella toga aveva un nome ed un cognome: Ottavio Archidiacono. Era un magistrato avellinese ma che da lungo tempo viveva a Roma.
Era arrivato a Latina come primo incarico nel 1960 come Pretore. Dopo aver lavorato presso il Tribunale di Saluzzo e poi di Chieti era tornato nel capoluogo pontino alla fine degli Anni ’60 come Giudice Istruttore conducendo inchieste importanti: dallo stupro del Circeo all’omicidio di De Rosa, il giovane comunista di Sezze, con l’arresto dell’ononoevole del Movimento Sociale Sandro Saccucci, fino al sequestro Bulgari.
Per lo Stupro del Circeo Archidiacono assemblò un fascicolo corposissimo sui tre imputati – due dei quali agli arresti ed uno irreperibile perché arruolatosi nel “Tercio”, la versione spagnola della Legione Straniera.
I verbali del maresciallo dell’Arma Gesualdo Simonetti divennero materia di capo d’accusa e il processo si concluse con tre ergastoli: due effettivi ed uno in contumacia. La missione di Archidiacono era conclusa. Senza torti, senza ragioni, ma solo con la rigorosa applicazione della Norma su tre persone che avevano agito per il più bieco degli impulsi. Quello della sopraffazione becera fino alla fine, quella che conduce alla morte di vittime considerate “inferiori” perché di estrazione pop.
Il caso Bulgari
Prima ancora di quell’assise, memorabile per merito cupo del reato contestato e per l’arringa di parte di una smagliante Tina Lagostena Bassi, Archidiacono si era occupato anche del sequestro Bulgari. Come per il caso successivo la “key-word” sullo storico del crimine fu quel Clan dei Marsigliesi guidato Jaques Berenguer.

Gianni, rampollo della arcinota famiglia di gioiellieri venne prelevato e trattenuto contro la sua volontà per un mese e passa. Poi arrivò il riscatto e il giovane venne liberato, ma la Giustizia arrivò a perseguire anche quei criminali.
Dieci anni dopo la sentenza per il massacro del Circeo il giudice Archidiacono prese ufficialmente servizio come Capo della Procura di Frosinone. Nel 2002 quel requirente barbuto, con l’aria un po’ da filosofo idealista, sarebbe andato in pensione.
L’arrivo a Frosinone
Questo dopo aver gestito, per parte preparatoria prima della riforma del Codice e poi requirente, alcuni tra i casi più spinosi e complessi della storia giudiziaria del Basso Lazio. Fu la toga che, nelle more del suo gravoso impegno, assistette al cambio di sede del Tribunale del Capoluogo ciociaro.

Nel 2000 infatti, si inaugurò la storica sede che ancora oggi è presidio di Giustizia amministrata ed applicata in via Fedele Calvosa. Strada che rimembra un altro requirente capo, vittima assieme all’agente Giuseppe Pagliei e all’autista Luciano Rossi, delle “Formazioni comuniste combattenti” a novembre del 1978. Quando, il 15 gennaio del 2001, il Procuratore Archidiacono morì a 90 anni di età presso il “Santa Maria Goretti” di Latina, l’impressione fu netta. Che con la sua dipartita fosse finita una sorta di “epoca”.
Quella in cui la magistratura requirente era il braccio operativo della società, e non – sia pur per parte politica minoritaria – l’espressione di un Potere a volte additato come ostativo dei fini della politica.



