Al Teatro Stabile Comunale di Isola del Liri una mostra fotografica restituisce memoria e identità alla città: grazie al lavoro di Luciano La Posta e Carlo Pizzuti, botteghe, volti e storie dell’artigianato locale tornano a vivere in un racconto visivo che attraversa generazioni.
Foto ingiallite dal tempo, mani di artigiani, laboratori e famiglie, storie mai scritte ma vissute ogni giorno in riva al Liri. “Quando il mestiere era vita” è la mostra fotografica che apre il libro dei ricordi di Isola del Liri, un viaggio visivo tra botteghe e volti di un’epoca che non c’è più ma sopravvive nei ricordi di chi l’ha vissuta. La mostra aprirà i battenti il 30 aprile 2026 e sarà visitabile per dieci giorni all’interno del Teatro Stabile Comunale.
Dietro c’è una raccolta certosina durata quasi due anni, tra ricerche, accostamenti e racconti ascoltati direttamente dalla voce dei protagonisti o dei loro familiari. L’ideatore e il ricercatore di questa preziosa mostra fotografica è Luciano La Posta, isolano verace nato e cresciuto nella parte alta della città, tra Bongonuovo e la Fabbricanuova, legato a essa da un amore viscerale.
«Portone dopo portone ho scoperto racconti straordinari»

«Sono stato spinto nella mia ricerca dal desiderio di non mandare dispersi i ricordi di gioventù — ha raccontato — di persone che sono entrate nella mia vita e che giornalmente incontravo. Nella strada delle fabbriche, parlo della mia zona, in ogni portone di un palazzo c’era un negozio o una bottega di artigiani. Tutti quelli della mia età hanno trascorso gran parte delle loro giornate all’interno di queste attività, perché erano la vita stessa del quartiere».
«Si è sempre parlato di Isola del Liri e delle sue fabbriche ma fuori dal contesto industriale c’era un’isola artigiana che aveva il mestiere nelle mani. C’erano le officine all’interno degli opifici, ma era la manodopera che veniva fornita dall’esterno a rendere perfetta la macchina produttiva. Queste foto sono la testimonianza di un’epoca d’oro: mani sempre sporche, fronti scavate dalle rughe e dal sudore di persone semplici e genuine».
«Ho raccolto tutto il materiale bussando portone dopo portone, casa dopo casa, perché dietro quegli scatti ingialliti dal tempo ho scoperto racconti straordinari».
Carlo Pizzuti e le didascalie

Una grossa mano è arrivata da Carlo Pizzuti, che ha digitalizzato tutto il materiale — a volte le foto erano strappate e molto usurate. «Il lavoro di Carlo non si è limitato soltanto alla correzione delle foto, ma ha dato un’anima a ognuna con l’aggiunta delle didascalie. Ogni scatto ha un nome, un cognome e a volte anche un soprannome di riferimento, così chi verrà a vedere la mostra non si troverà spaesato tra mille volti ignoti».
La Posta ha anche anticipato un secondo capitolo di questo progetto della memoria: «Avrei voluto allestire, contemporaneamente, anche una mostra dedicata ai commercianti insieme agli artigiani, ma ho preferito separare le due cose, perché il materiale fotografico raccolto per gli artigiani è notevole. Quella dei commercianti è solamente rimandata a data da destinarsi».
Lo scopo finale di entrambe le mostre sarà trasferire tutto il materiale recuperato all’interno di un libro, per lasciare una traccia a chi verrà. Un atto d’amore verso una città e verso chi l’ha resa grande con le proprie mani.
Il peso specifico di una vita

C’è una cosa che le fotografie sanno fare meglio delle parole: restituire il peso specifico di una vita. Non il racconto — il peso. Quello delle mani di un artigiano che tiene uno strumento come se fosse un’estensione del suo corpo. Quello degli occhi di chi guarda l’obiettivo senza posare, perché non sa cosa significhi posare — sa solo lavorare.
Luciano La Posta ha bussato portone dopo portone per due anni per raccogliere quegli sguardi. Carlo Pizzuti li ha restituiti alla luce, li ha nominati uno per uno — nome, cognome, soprannome — perché nessun volto resti ignoto. Il 30 aprile, al Teatro Stabile Comunale di Isola del Liri, quelle fotografie ingiallite torneranno a respirare per dieci giorni. Non è una mostra. È una restituzione. A una città che queste persone l’hanno costruita con le mani. E che rischiava di non ricordarsene più.


