Pane, amore, fantasia e un pallone di stracci: il calcio antico di Isola del Liri

Cento anni fa giocare ai piedi della Cascata era complicato anche se non mancavano passione e tanta voglia. In città infatti era impossibile trovare un negozio che vendese un pallone di cuoio. E così i giovani dell'epoca facevano di necessità virtù e costruivano il globo utilizzando materali di fortuna come pezze, camere d'aria ed addirittura gli intestini delle bestie macellate.

Gianpiero Pizzuti

Pronti, pazienza e via

Cento anni fa giocare a pallone per strada era il desiderio di ogni bambino. C’era la voglia, c’era la volontà di sfidarsi in epiche battaglie su strade polverose e senza auto. Ma mancava il pallone: impossibile averne uno, impossibile trovarlo. Non c’erano negozi che lo vendessero in una città come Isola del Liri dove tutto ruotava nei turni delle fabbriche.

La testimonianza

Una scolaresca del secolo scorso

“Un pallone di cuoio e chi l’aveva mai visto? Sì e no avevamo un paio di scarpe, forse neanche quelle, negli anni ’30 c’era la fame vera. Noi ragazzi dell’epoca non avevamo la possibilità di possedere un pallone, come fortunatamente, al giorno d’oggi”, raccontava il giornalista e scrittore Romolo Pizzuti quando ricordava la sua fanciullezza in riva al Liri.

Pizzuti continuava il suo racconto di un’Isola del Liri stile “Pane, amore e fantasia”. “Quello che non ci mancava era la fantasia, inventarci i giochi per passare il dopo scuola tutti insieme. Su tutti quello che cercavamo era il pallone, ma chi ce l’aveva i soldi per comprarlo e poi dove comprarlo, chi lo vendeva? Non c’erano negozi del settore sportivo. Potevi trovare i maniscalchi, i fabbri, le officine, negozi di generi alimentari, commercianti di stoffa. Nelle cantine o nei bar reperivamo i tappini per giocare costruendo delle piste improvvisate sul primo terreno utile che trovavamo, niente di più”.

Gli artigiani del pallone

Il mattatoio di Isola del Liri

“Il pallone lo costruivamo noi”, rivelò Pizzuti. Un pallone a dir poco artigianale, realizzato con materiali di fortuna e tanta buona volontà. “Andavamo al mattatoio comunale, in via Valcatoio (oggi sorge una pizzeria di fronte alle scuole medie “Dante Alighieri” all’intero dell’inizio del parco fluviale ndr ) e ci facevamo consegnare le interiora delle bestie appena macellate. Gonfiando l’intestino ottenevano la famosa “camera d’aria” del pallone. Poi la foderavamo con degli stracci ed ottenevamo un pallone dalla forma poco sferica, ma essenziale quanto bastava per farsi un partitella per strada”.

Romolo Pizzuti ricordava altri modi per costruire un “pallone fatto in casa”. “Venivano utilizzate vecchie calze da donna riempite di stracci o quelli fatti con vecchie camere d’arie di bicicletta o di auto, tagliate a fette. Per la costruzione di questi palloni esistevano dei veri e propri artisti, non tutti eravamo capaci di farli. Trovare, però, una camera d’aria era un problema davvero serio data la minuscola quantità di auto e di bici che circolavano. Non avevamo niente, ma eravamo felici”.

Ecco una chiusa coerente per tono, stile e contenuto, pensata come ultimo capitolo dell’articolo.

Quando bastava poco per essere felici

Quelle partite improvvisate, giocate con palloni storti e cuciti alla meglio, erano molto più di un semplice passatempo. Erano una scuola di vita. In quelle strade senza traffico e senza comfort si imparava a stare insieme, a rispettare le regole non scritte, a condividere quel poco che c’era. Il pallone, anche quando non era rotondo, diventava il centro di una comunità spontanea, capace di crescere senza clamore.

Oggi tutto è diverso. I palloni sono perfetti, i campi curati, l’attrezzatura abbonda. Eppure, a volte, sembra mancare proprio ciò che allora non difettava: la capacità di inventare, di adattarsi, di essere felici con poco. Le parole di Romolo Pizzuti non raccontano solo la povertà materiale di un’epoca, ma anche una ricchezza umana che resiste nel tempo e che merita di essere ricordata.

Quelle storie parlano ai ragazzi di oggi senza bisogno di nostalgie forzate. Dicono che il gioco nasce prima degli oggetti, che la passione viene prima dei mezzi, che la felicità non è mai stata una questione di possesso. Bastava un gruppo di amici, una strada qualsiasi e un pallone che pallone non era. Eppure, per chi c’era, era tutto.